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Da Ivan a Filippo, il rock dei Graziani

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Classe 1981, Filippo Graziani, dopo aver aperto decine di concerti in giro per l’Italia per artisti come Renato Zero, Negramaro, Morgan, Niccolò Fabi, Max Gazzè, Zakk Wylde e moltissimi altri, si è fatto notare più volte nel corso della sua carriera, partecipando al Festival di Sanremo nel 2014 e aggiudicandosi la Targa Tenco come “Migliore opera prima” nello stesso anno.

Filippo Graziani
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“Ho iniziato il mio percorso musicale in maniera molto particolare. Essendo cresciuto a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, due decadi molto differenti, avevo da un lato tutti i ricordi infantili, soprattutto delle colonne sonore dei film e dei cartoni animati, ma anche dei videogiochi, e dall’altro lato quelli adolescenziali. All’inizio degli anni ’90 mi sono totalmente innamorato dell’hip hop, soprattutto del grande rap newyorkese. Poi, un po’ più avanti, quando papà già non c’era più, inciampai in Revolver dei Beatles e lì... fu la fine di un periodo e l’inizio di un altro per me. È partito da lì tutto il mio percorso dantesco all’interno della grande musica degli anni ’60 e ’70. Ma sì, le mie prime esperienze, anche dal vivo, sono state nel rap. Anche se oggi sono visto come un rocker purista, in realtà ho avuto questo inizio e devo dire che questo approccio mi ha insegnato, musicalmente, a ragionare sulla batteria, tant’è che la batteria è stata il mio primo strumento. Anche mio fratello Tommy è batterista, e siccome lo è anche mio zio, un giorno ci siamo guardati e ci siamo detti: “Ragazzi, tre batteristi in famiglia sono troppi, fatemi fare qualcos’altro!”

E infatti sei diventato un cantautore. Nel 2014 sono arrivati tanti riconoscimenti. Che ricordi hai di quell’anno?

“È stato un anno molto bello, un anno in cui ho capito cosa volesse dire fare questo mestiere a certi livelli. Il Festival ha una magnitudine che finché non lo fai non puoi capire, è un’altalena, una giostra di cose meravigliose ma anche spaventose. Io fortunatamente sono stato molto aiutato dalla mia esperienza dal vivo e dalla lunga gavetta, perché quando si apre un concerto per un altro artista si hanno solo 10 o 15 minuti per impressionare, per far capire chi sei, e questo mi ha insegnato a salire sul palco e a fare la mia cosa senza se e senza ma. È stato bello, e poi ho portato una canzone che non c’entrava nulla col mondo sanremese, Le cose belle, che è una canzone che parla della mia generazione.”

Filippo Graziani
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Ovviamente tra te e tuo padre Ivan, artisticamente, ci sono delle belle differenze e delle cose in comune. Tu quali credi che siano?

“Io non ho nessun problema a capire quali sono i miei limiti e come tutti ho momenti in cui so che posso scrivere un bel pezzo e altri in cui quello che ho fatto non mi piace assolutamente. Quello che so è che mio padre aveva un modo di raccontare la vita bloccando le immagini, essendo prima di tutto un fumettista, e riusciva a far diventare visibili anche i difetti morali delle persone. Lui ragionava soprattutto sulla parte più torbida dell’essere umano, per questo amava la provincia. Papà riusciva a tirare fuori queste diapositive meravigliose, se tu pensi a Lugano addio, quando dice “i tuoi capelli fermi come il lago”... abbi pazienza ma che cazzo devo scrivere dopo una roba del genere? Quindi le differenze sono evidenti, papà ha raggiunto un livello altissimo di descrizione poetica, perché apparteneva ad un mondo cresciuto sui libri, immersi nella cultura. Purtroppo a noi non è andata così, soprattutto per chi diventava adulto negli anni 2000, la cultura era quasi un qualcosa che ti remava contro. Però la cosa che penso mi accomuni a papà è la questione musicale, prendo da lui una certa attitudine sullo strumento, in generale la nostra famiglia dà del tu agli strumenti. E non abbiamo nessuna paura a stare sul palco e a fare il nostro lavoro, siamo fondamentalmente una famiglia operaia, per noi la musica è prendere la macchina e andare a fare i concerti, ed è nel live che si vede la vera natura del musicista, perché sul palco non puoi avere filtri.”

I grandi successi di tuo padre li conosciamo tutti e c’è poco da commentare ormai, ma io trovo che la sua grandezza stia anche in pezzi meno noti, pezzi come Dada, Cleo, Motocross, o Soltanto fumo.

“Motocross ad esempio, se tu la leggi, puoi vedere perfettamente il film di cosa succede a questa persona. Riesci a percepire la grettezza, ingenua e buona, del ragazzotto di provincia, magari poco educato. Per mio padre queste storie di provincia sono state una fonte inesauribile. Tu pensa al ragazzino che compra la moto e la prima volta che porta in giro una ragazza, sentendosi fortissimo, poi si scontra con la cruda realtà del mondo vero che sta al di fuori del paese quando gliela rubano. Chi è cresciuto in provincia come me e come mio padre, sa bene di cosa parlo, quelle persone si incontrano in continuazione. Ecco perché la descrizione di quei momenti non solo ti fa capire cosa succede, ma ti fa anche capire chi sono i protagonisti. In più, papà è stato il primo a parlare apertamente di omosessualità, di droga, di depressione, di disturbi mentali, di bullismo. Ecco, il repertorio di papà è pieno di bullismo. Pigro, ad esempio, è un concept album sulla pigrizia mentale, e molta gente non lo ha capito. Per questo mio padre è ricordato. Quando mi dicono che non lo è abbastanza io non sono d’accordo, ad esempio ora sto parlando con te di mio padre e ci sentiranno in Australia. Anche se non può colpire chiunque perché lui aveva una sensibilità particolare. Lui non parlava mai per massimi sistemi, papà non avrebbe mai scritto “tu chiamale se vuoi emozioni”, perché a lui non interessava insegnarti a vivere, lui non credeva che il ruolo del cantautore fosse quello di indottrinare, ma di raccontare.”

Filippo Graziani
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