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L’Australia si interroga sull’immigrazione

Source: AAP

Chiusura dei confini o avanti tutta verso una Grande Australia?

Il dibattito sul futuro dell’Australia e sull’immigrazione nel nostro continente si infiamma.

Da una parte ci si interroga pubblicamente, lo ha fatto ampiamente l'ABC, sul futuro della Grande Australia, ovvero come entro il 2050 saremo in 40 milioni.

Dall'altra, assistiamo a discussioni all'interno del governo sulla possibilità di diminuire, se non dimezzare, l'immigrazione.

"L’immigrazione negli ultimi anni - ci dice l’agente di immigrazione Emanuela Canini - è stato il fenomeno che ha contribuito in maniera maggiore all’aumento della popolazione in Australia, a discapito delle nascite.

“Quindi di conseguenza è il primo fattore che viene incolpato”.

Gli esperti e i politici sono divisi sul tema della crescita. I sostenitori dello stop all’immigrazione sostengono che la rapida crescita a cui stiamo assistendo non sia sostenibile con le infrastrutture attuali, suggerendo di ridurre drasticamente i numeri in arrivo per qualche anno. L’ex Primo Ministro Tony Abbott ad esempio ha dichiarato di voler portare la cifra annuale da 190.000 a 110.000.

L’aumento considerevole dei “nuovi australiani” in questi ultimi anni è stato collegato da questa scuola di pensiero ai temi più delicati nella nostra società, come gli aumenti dei costi delle case, il peggioramento del traffico nelle grandi città e la diminuzione degli stipendi.

“Pare che Sydney e Melbourne, secondo le previsioni degli esperti, saranno al collasso in pochi anni. Ma la causa di tutto questo è veramente l’immigrazione?”

Dall’altra parte della barricata c'è chi sostiene che l’immigrazione sia un’opportunità di crescita e preferisce trovare nella mancata pianificazione a lungo termine il motivo che sta spingendo al collasso le grandi aree metropolitane.

Lo stesso governo, nelle parole del Ministro dell’Interno Peter Dutton e del Ministro del Tesoro Scott Morrison, non ha al momento alcuna intenzione di ridurre il numero degli immigrati. L’aumento della popolazione è legato sia alla crescita economica che a ragioni di budget. Se la proposta di Abbott passasse, avverte Morrison, il bilancio federale si troverebbe ad affrontare un buco di cinque o sei miliardi di dollari in quattro anni.

Gli incassi legati all’immigrazione sono notevoli: gli studenti internazionali ad esempio portano nelle casse australiane più di 20 miliardi di dollari, con alcune università che hanno metà dei loro studenti provenienti dall’estero. La Bond University vanta il 44% di studenti stranieri, la Torrens University ne conta addirittura il 52%.

In totale nell’ultimo anno gli studenti stranieri hanno rappresentato quasi il 20% del totale in tutta Australia. Molti di essi vengono in Australia con l’intenzione di costruirsi un percorso per la residenza permanente.

Ma è il sistema di immigrazione in generale ad essere messo in discussione. Il direttore dell’Australian Population Research Institute Bob Birrell ha criticato fortemente il suo funzionamento, sottolineando come i dati del censimento del 2016 rivelino che le prospettive di lavoro per un laureato cambiano a seconda del tipo di popolazione presente. Degli immigrati provenienti da Paesi di madre-lingua non inglese, arrivati tra il 2011 e il 2016, solo il 24% è riuscito a trovare lavoro entro il 2016 ad un livello consono alle proprie competenze. Gli immigrati di madre-lingua inglese invece lo hanno trovato nel 50% dei casi, una percentuale molto vicina ai nati in Australia che si assestano al 58%.

La lista delle occupazioni idonee per avere un visto di residenza permanente, ha fatto notare ancora Birrell, non riflette la realtà del mercato del lavoro, spingendo gli studenti internazionali a studiare determinate materie solo per avere un visto. Il caso eclatante sono i corsi in contabilità, che hanno avuto un vero e proprio boom negli ultimi anni nonostante la richiesta di contabili non sia cresciuta.

“Che la lista delle occupazioni abbia un aspetto politico notevole piuttosto che di mercato, è già noto e basta vedere il balletto di alcune occupazioni che una volta tolte, rientrato subito dopo grazie alle lamentele dei gruppi industriali”. Emanuela Canini 

Guardiamo però i numeri, che non sono tutti uguali ma vanno pesati. Chi influisce di più sul paese, chi raggiunge la permanenza residente o chi ha un visto temporaneo?

I 190.000 “diavoli permanenti”, per usare le parole dell’agente di immigrazione Emanuela Canini, sono sulla bocca di politici e esperti del settore ma in pochi prendono in considerazione l’impatto dei visti temporanei.

Lo ha fatto il Ministro del Tesoro Scott Morrison che ha confermato come la popolazione sia aumentata grazie ai milioni di residenti temporanei annuali. L’anno scorso il Dipartimento di Immigrazione ha erogato 8,4 milioni di visti temporanei, in costante aumento rispetto agli anni passati.

Di questi, se eliminiamo i residenti di breve durata, come i turisti e altri tipi di visti brevi, ne rimangono circa 2 milioni e 700mila. Si tratta di persone con visti studio, working holiday visa, l’ormai defunto 457 e neozelandesi.

Sono quindi tutte persone che per la natura dei propri visti tendono a rimanere almeno un anno, ed è noto come poi molti cerchino di ottenere la residenza permanente tramite percorsi faticosi e costosi di richieste di visti che li fanno rimanere sul territorio quattro o cinque anni in più prima di diventare cittadini permanenti.

Si tratta perciò di 2 milioni e 700mila persone all’anno che vivono, studiano, lavorano, pagano tasse e assicurazioni mediche private senza ricevere nessuno o quasi sussidio da parte dello stato.

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