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La psicologia dei confini chiusi - 6 Volersi bene a distanza

L'incertezza causata da lockdown e chiusura dei confini ha avuto un effetto significativo sul benessere psicologico nella comunità. Source: Getty Image/ArtistGNDphotography

Questo è il sesto episodio della serie "La psicologia dei confini chiusi", realizzata con Stefania Paolini, Professoressa Associata di Psicologia Sociale e Interculturale all’Università di Newcastle.

Non tutti i mezzi digitali sono uguali

Se non possiamo fare a meno della tecnologia per comunicare in tempi di lockdown e chiusura dei confini, secondo Stefania Paolini, Professoressa Associata di Psicologia Sociale e Interculturale all’Università di Newcastle,  non tutti i mezzi di comunicazione virtuale sono uguali.

La ricerca dimostra come una telefonata vecchio stile o una videochiamata siano da preferirsi a chat, messaggi di testo e social media.

La ragione è da ricercarsi nella maggiore somiglianza tra queste modalità di comunicazione digitale “ricche” con l’incontro faccia a faccia.

“Sono sincrone, le persone ai due lati della comunicazione sono compresenti”, spiega Paolini, similmente a quanto avviene nella vita reale.

Ascolta il secondo episodio della serie

Inoltre, più sensi possono essere coinvolti nella comunicazione, come vista e udito, e questo porta ad un coinvolgimento maggiore.

La comunicazione delle emozioni attraverso la tecnologia produce un’opportunità di crescita personale e le comunicazioni digitali più “ricche” possono essere un’occasione per ricevere supporto emotivo.

Il benessere psicologico che queste interazioni apportano è simile a quello che deriva dall’interazione diretta, e si traduce inoltre in un maggior desiderio di contribuire al benessere altrui.

Ascolta il terzo episodio della serie

È possibile vivere di videochat?

Secondo Stefania Paolini, non è possibile sostituire completamente le interazioni personali con quelle virtuali, nonostante lockdown e chiusura dei confini ci spingano in quella direzione.

Se possiamo in qualche modo condividere il lockdown con altre persone, continua Paolini, “è un’opportunità di arricchimento e di sollievo che possiamo e dovremmo prendere”.

L’equilibrio sballato tra tecnologia e intimità

Stefania Paolini sostiene che “i network di relazione del giovane immigrato sono anomali rispetto a quelli della popolazione prevalente”.

Solitamente il rapporto faccia a faccia è dedicato alle relazioni più intime, a chi conosciamo da più tempo, mentre quello virtuale è riservato alle persone con cui svolgiamo un’attività specifica, come lavoro, studio, etc.

Nel giovane immigrato italiano e di altri background questo pattern è messo sottosopra: le relazioni face to face sono con le persone che conosciamo di meno.

L’opportunità del contatto fisico per i giovani immigrati, prosegue Paolini, esiste principalmente in relazioni la cui intimità non è sufficiente all’offerta e alla richiesta di supporto emotivo.

Solo i mezzi virtuali ci rimangono invece per comunicare con le persone con le quali condividiamo un grado maggiore di intimità, come la nostra famiglia e gli amici di lunga data.

Ascolta il quinto episodio della serie

L’insoddisfazione per relazioni face to face spesso superficiali si somma, secondo Paolini, alla percezione di incompletezza delle relazioni virtuali, che non ci consentono di abbracciare i nostri cari, di condividere uno spazio con loro.

Questa doppia carenza spiegherebbe perché specie i giovani immigrati soffrono della mancanza dell’opportunità di viaggiare e di ospitare i propri cari in Australia, “facendo incetta” magari una volta l’anno dell’affetto e della comunicazione di cui necessitano.

Se avete domande o se in qualche modo la chiusura dei confini sta avendo conseguenze sulla vostra salute mentale, vi invitiamo a contattarci tramite la nostra pagina facebook o inviandoci un’email a italian@sbs.com.au

Ascolta l’intervista a Stefania Paolini

La psicologia dei confini chiusi - 6 Volersi bene a distanza
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