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"Le università non sono delle aziende”: la lettera al governo firmata da 1600 accademici

Library, University Source: Pixabay - tortugadatacorp

Una lettera aperta firmata da 1600 accademici da oltre 40 università di tutta Australia è stata invita al ministro federale dell’educazione, Dan Tehan, e ai ministri dell’educazione di stati e territori per uscire dalla crisi e rilanciare una riforma strutturale negli atenei del Paese.

Più di 1600 accademici da oltre 40 università di tutto il territorio australiano hanno firmato una lettera aperta al Ministro federale dell’Educazione, Dan Tehan, e ai ministri dell’educazione di stati e territori chiedendo una riforma degli atenei.

Il messaggio principale dell’appello è: “Le università non sono delle aziende”, e per questo non devono funzionare come delle corporazioni.

La crisi legata alla pandemia e al blocco dei confini australiani che sta tagliando fuori migliaia di studenti internazionali minaccia la sopravvivenza stessa di alcuni istituti. Secondo uno studio recente, le università economicamente più colpite dalla crisi COVID-19 nei prossimi anni saranno la Melbourne University e l’università di Sydney.

Molti atenei stanno correndo ai ripari con l’annuncio di tagli al personale e ai salari: la Monash University taglierà 277 posti di lavoro entro la fine dell'anno a causa di un deficit finanziario stimato sopra ai 300 milioni di dollari.

A livello nazionale, si parla del taglio di 21mila posti di lavoro entro la fine dell’anno che corrisponde al 6% del personale totale impiegato negli atenei in Australia.

“Il problema è complesso ed è profondo”, spiega il professor Alessandro Pelizzon, della School of Law and Justice alla Southern Cross University di Lismore in NSW, uno dei promotori della lettera aperta.

“Il deficit previsto è di circa 20 miliardi di dollari, nel corso dei prossimi due o tre anni”.

Secondo Pellizon, la natura della crisi legata alla pandemia di coronavirus era imprevedibile ma la possibilità di una crisi era stata stata prevista già un decennio fa da molti accademici, giornalisti ed economisti.

“I cambiamenti avvenuti nelle università negli ultimi 30 anni a causa di varie riforme negli anni ’80 e poi successivamente, hanno portato le università australiane a trasformarsi da quello che è la natura di un’ateneo a livello mondiale ad un sistema quasi commerciale”.

Le università sono degli enti statutori creati dagli statuti statali, equivalenti a dei consigli comunali; ma la retorica attorno agli istituti parla di “prodotto dell’insegnamento quindi le università vendono l’insegnamento agli studenti”, questo è il problema, prosegue il professore.

L’anomalia australiana

“Nel corso di 20 anni si è venuta a creare una elite manageriale enorme con stipendi stratosferici”, spiega Pelizzon “I vice-chancellor, equivalenti di un CEO dell’università, prendono in media in Australia uno stipendio di 950 mila dollari all’anno”. Per avere un’ordine di grandezza, lo stipendio annuale del Primo Ministro d’Australia è di $549,250.

Il 30% del personale universitario fa parte di questo quadro manageriale, infatti “ogni 1.000 dollari pagati da uno studente per il corso di laurea, 800 vanno all’amministrazione e di questi 800 la metà paga lo stipendio dei dirigenti”.

“Noi chiediamo che questo si cambi, non in maniera radicale, ma che si equipari alla situazione internazionale; non è una richiesta ideologica ma legata alla sopravvivenza delle università australiane che hanno sofferto molto di più di altri istituti”.

La causa di questa situazione per il professore va rintracciata in una spirale di investimenti simile alla bolla di investimenti del 2008: “Sono stati fatti investimenti collegati ad altri investimenti, in un mercato che era destinato ad esplodere”.

Il 40% del personale docente e di ricerca è composto da un 70% di impiegati con contratti a termine.

Chi possiede le “chiavi” degli atenei australiani?

Marco Faravelli, professore associato di Economia all'Università del Queensland, è tra i firmatari della lettera ai ministri che i professori hanno intitolato “Il fallimento finanziario dell'università aziendale australiana: una strada alternativa” e ha descritto la situazione in termini economici.

“Le università sono istituzioni millenarie, importantissime dove ci sono due core business: l’insegnamento e la ricerca, che vanno di pari passo ma essendo cresciute nel tempo c’è anche stato bisogno di burocratizzare le cose”. Secondo Faravelli, l’Australia ha seguito un trend inglese quindi gli accademici hanno progressivamente demandato il loro “potere” agli amministrativi.

“Una metafora utile per capire la situazione è questa: pensiamo ad una persona che vive in una casa, con dei figli che deve mandare a scuola, cucinare e mandare avanti le cose avendo un lavoro a tempo pieno. C’è bisogno di un aiuto per riuscire a fare tutto allora la persona decide di chiedere aiuto ad un ‘care taker’. Il ‘care taker’ poi chiede le chiavi di casa per poter fare il suo lavoro, entrare ed uscire di casa... Passano gli anni e quando la persona chiede indietro le chiavi il ‘care taker’ si rifiuta di restituirle. Ma non solo a quel punto il ‘care taker’ dice: lascia qui lo stipendio, lo amministro io e ti do poi la paghetta”.

“A lungo termine si diventa una corporazione che tende a massimizzare il profitto, mentre l’università dovrebbe massimizzare la ricerca e l’insegnamento”, conclude il professore.

La voglia di cambiare lo status quo

Quelle che prima erano strutture orizzontali, in cui la direzione delle facoltà era un compito che si svolgeva a rotazione tra il personale docente, sono diventate strutture verticali in cui il management è su un piano molto diverso da insegnanti e ricercatori.

Fabio Mattioli, professore di Antropologia presso la Scuola di Scienze Politiche e Sociali della Melbourne University, ha raccontato a SBS Italian che per cercare di arginare il danno economico creato dalla pandemia, l’ateneo ha chiesto al personale di votare per congelare l’aumento degli stipendi, ma “lo staff ha rifiutato di dare questa risposta, per una serie di motivi tra cui la mancanza di trasparenza: non era chiaro se in effetti il risparmio creato da questa misura avrebbe evitato i tagli al personale”.

Anche il professor Mattioli ha firmato la lettera aperta ai ministri, dal suo osservatorio nota molta voglia di cambiare lo status quo.

“L’università in Australia ha una serie di possibilità enormi: è molto conosciuta a livello internazionale — quando ero a New York avevo amici alle Nazioni Unite che avevano frequentato la Melbourne University — quindi ha una grande capacità di attrarre talenti quindi potrebbe essere più coraggiosa in alcune scelte”. 

I residenti dell'area metropolitana di Melbourne sono soggetti alle restrizioni della fase 4 e devono rispettare un coprifuoco tra le ore 9pm e le ore 5:00. Durante il coprifuoco, chi si trova a Melbourne può solo uscire di casa per motivi di lavoro, motivi essenziali di salute, per prestare cure o per ragioni di sicurezza.

Tra le 5am e le 9pm, chi vive a Melbourne può uscire di casa per fare esercizio, per acquistare beni di prima necessità, per andare a lavorare, per ricevere assistenza medica, o prendersi cura di un parente malato o anziano.

Tutti gli abitanti del Victoria devono indossare una mascherina quando escono di casa, ovunque vivano.

Le persone in Australia devono stare ad almeno 1,5 metri di distanza dagli altri. Controllate le restrizioni del vostro stato per verificare i limiti imposti sugli assembramenti.

Se avete sintomi da raffreddore o influenza, state a casa e richiedete di sottoporvi ad un test chiamando telefonicamente il vostro medico, oppure contattate la hotline nazionale per le informazioni sul Coronavirus al numero 1800 020 080. 

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