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Tra Genova e Torino, tra De André e Gaber

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Classe 1968, Federico Sirianni è considerato uno degli eredi del grande cantautorato genovese. Ai microfoni di SBS Italian l’artista racconta anche il suo nuovo album, in uscita tra pochissime settimane.

“Essere considerato facente parte della nuova generazione di cantautori genovesi ovviamente mi fa molto piacere, a volte si dice “scuola genovese” e forse quello è un termine che non amo molto. A Genova effettivamente, e in maniera forse un po’ casuale, si sono incontrati nei primi anni ’60 dei grandissimi talenti che poi hanno dato vita al fenomeno della canzone d’autore, che prima sostanzialmente non esisteva. Genova è stato un po’ il set, il punto d’incontro dove questi artisti hanno trovato straordinarie suggestioni perché è una città molto bella e particolare, è una città strana, piena di segreti. Hanno avuto un grandissimo successo e ovviamente le generazioni si sono successe in questa modalità, cioè la canzone d’autore fa parte del nostro DNA. Io non sono più un ragazzino, la nostra generazione ha iniziato negli anni ’90 e proseguiamo questa sorta di tradizione.”

Federico Sirianni
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Nel corso della tua carriera hai sempre infilato molto teatro, e in generale in ogni tuo lavoro traspare molta cultura. Questo che stiamo vivendo è forse uno dei periodi più neri sotto questo punto di vista e inevitabilmente quella qualità si è andata a perdere anche in musica, purtroppo. Però poi artisti come te lavorano, vanno in giro e si fanno apprezzare. Da una parte manca la cultura e anzi, quasi infastidisce, ma dall’altra la gente ci si aggrappa quando c’è. Qual è il tuo punto di vista?

“È una bella domanda. Effettivamente il mio 2020 è stato un anno formidabile per quello che riguarda la mia attività nonostante i gravi problemi che conosciamo. Diciamo che è un anno bisestile e io ho sempre avuto molta fortuna negli anni bisestili, la metto in questo senso. Per quanto riguarda la cultura: è vero che dal punto di vista umanistico questi sono anni complicati, sono anni di cultura tecnologica, se pensiamo a soltanto 20 anni fa le cose si sono evolute in maniera rapidissima, anche a livello di comunicazione, e qui in qualche modo ci avviciniamo alla parola, alla scrittura. Quindi si è modificato anche il linguaggio, che non è sicuramente quello che noi abbiamo studiato, io vengo da una famiglia borghese e in casa mia si doveva parlare un rigorosissimo italiano, non si parlava neanche il dialetto perché non stava bene. È chiaro che i riferimenti che avevamo noi, le letture, gli interessi, non sono più gli stessi. Però posso dire che facendo questo mestiere, nei miei mille viaggi e incontri, anche nelle scuole, ho trovato moltissimo interesse anche per questo tipo di passato. Penso che noi dobbiamo continuare a raccontare, a portare delle testimonianze, a far conoscere delle cose che probabilmente ora sono andate un po’ in disuso. Credo ad un livello di decadenza più etico-morale piuttosto che culturale, che però comprende a 360 gradi tutta una serie di situazioni. Nonostante questo ci sono delle nicchie, delle sacche in cui queste modalità sono apprezzate ed è per questo che io riesco a vivere abbastanza bene con le mie canzoni che forse non hanno un linguaggio molto attuale ma che mi rappresentano totalmente.”

Il tuo percorso fatto di canzoni prosegue, perché tra pochissimo presenterai il tuo nuovo disco dal titolo “Maqroll”.

“Sì, a proposito di progetti molto poco attuali, perché questo progetto va piuttosto controcorrente. “Maqroll” è una sorta di concept album, come si faceva negli anni ’70, ispirato a questo personaggio, Maqroll, che è un marinaio, un gabbiere, che è quel marinaio che gestisce il sistema delle vele sull’albero più alto della nave ed è anche colui che vede le cose meglio e prima degli altri, ha lo sguardo rivolto molto più avanti degli altri. È un personaggio raccontato da Alvaro Mutis che è uno scrittore colombiano che amo molto e che mi lega in maniera molto forte a Fabrizio De André, perché De André è stato il primo e forse l’unico a inserire le parole di Mutis in una canzone, bellissima, ovvero “Smisurata preghiera”. È come se questo filo che mi lega a De André, a Genova e alla canzone d’autore, mi portasse verso un nuovo viaggio, perché “Maqroll” è una storia di viaggio, di navi, di avventure, di incollocabilità geografica e sentimentale.”

“Per 5 anni ho portato in giro uno spettacolo che era un tributo a Fabrizio De André, ma non il solito tributo che affollano, onestamente forse fin troppo, il nostro Paese. Io ho avuto la fortuna di frequentare De André perché insieme a Paolo Villaggio era un amico di famiglia, quindi questo era

uno spettacolo soprattutto di narrazione personale, di episodi di vita passati insieme a lui, ed ha avuto grandissimo successo. Dall’anno scorso ho messo in piedi un nuovo spettacolo dedicato ad un altro gigante della nostra musica, Giorgio Gaber, a cui sono legato per moltissimi motivi. Le tre cose fondamentali e belle di questo spettacolo sono che è patrocinato dalla Fondazione Gaber, ha in scena i musicisti originali del Teatro Canzone, cioè quelli che hanno accompagnato Gaber per 20 anni e li ho al mio fianco sul palco, il che è una sensazione meravigliosa perché gli ho chiesto di mantenere inalterati gli arrangiamenti delle canzoni, quindi è veramente come fare una sorta di salto nel tempo, come quando andavi a vedere Gaber. La terza è che ho avuto la consulenza artistica da uno straordinario artista e un amico, che è Arturo Brachetti.”

Federico Sirianni
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