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Un “database dell’odio” per prevenire altre Christchurch

A student paying his respects at a park outside the Masjid Al Noor mosque in Christchurch. Source: AAP Image/AP Photo/Vincent Yu

L’attentatore delle moschee non era sotto sorveglianza. Ora da più parti si chiede la creazione di un database degli “hate crimes” in Australia e un accademico italiano ci sta lavorando.

Dopo il tragico attacco alle due moschee di Christchurch, di cui è accusato un cittadino australiano, è stato indicato da più parti il rischio che, in passato, non siano state prese precauzioni efficaci nei confronti dell'emergere della violenza ispirata all'estrema destra.

Nick Kaldas è l'ex Deputy Commissioner della polizia del New South Wales, stato da cui proveniva Brenton Tarrant, l’uomo accusato del massacro. Dalle pagine di alcuni quotidiani, Kaldas ha richiesto la creazione di un database centralizzato per i crimini legati all’odio, una risorsa che le forze dell’ordine australiane (ben 8, tra federali e statali) al momento non hanno. E le sue parole sono state sottoscritte anche dal leader dell’opposizione Bill Shorten.

E proprio alla creazione di un database di questo tipo stanno lavorando da tempo un gruppo di ricercatori della Deakin University di Melbourne. Tra loro, un accademico italiano, il Senior Lecturer Matteo Vergani.

A memorial to the victims of the Christchurch attack.
A memorial to the victims of the Christchurch attack.
AAP

Secondo Vergani, i dati sui crimini legati all'odio e alle manifestazioni di violenza e intolleranza vengono già raccolti da molte parti in Australia. Non soltanto dalle forze dell'ordine statali e nazionali, ma anche da una serie di organizzazioni pubbliche e non (per esempio le Equal Opportunity and Human Rights Commissions), gruppi privati o legati alle comunità (come quelle ebraiche o islamiche per esempio).

E, spiega Vergani, le comunità spesso posseggono dati a cui le istituzioni pubbliche non hanno accesso perché i membri delle comunità non sempre ripongono fiducia nelle istituzioni stesse.

"Tutte queste organizzazioni raccolgono dati indipendentemente e non parlano tra loro".

Un secondo problema da superare nella creazione di un database unitario è il fatto che i dati raccolti dai diversi soggetti sono di origine e natura diverse, non seguono gli stessi criteri per l'identificazione e la verifica dei fatti e quindi difficilmente possono essere messi assieme in un unico database. E soprattutto non si può verificare la correttezza di molti dei dati raccolti.

In aggiunta, i vari stati e territori australiani definiscono i crimini legati all'odio in modo diverso e non esiste una cornice comune. Quello che costituisce un crimine d'odio in uno stato potrebbe non esserlo in un altro.

Come superare questi ostacoli e creare un Database Unitario?

"Ho lavorato per più di un anno nell'esaminare in modo sistematico le 'buone prassi' internazionali usate per identificare, collezionare, verificare, categorizzare, codificare, analizzare e condividere i dati sugli 'hate crimes'", spiega Vergani.

L'obiettivo finale è la creazione di un database unitario nazionale, ma prima di arrivarci deve essere costruita quella che lui chiama una "cultura condivisa" su che cosa rientri nella definizione di "hate crimes", ma anche su come collezionare, verificare e processare i dati.

Per questo motivo Matteo Vergani e i suo colleghi stanno lavorando alla creazione di strumenti di formazione (online o di persona) per tutte le parti interessate, i cosiddetti "stakeholders". Si tratta di membri di agenzie governative, forze di polizia e sicurezza, organizzazioni private o comunitarie.

Ma questo non basta, secondo Vergani, per creare direttamente un database nazionale per tutta l'Australia. Il primo passo, secondo lui, sarebbe quello della creazione di database statali, in quanto esistono diverse cornici legislative tra diversi stati per la definizione di che cosa sia un crimine e cosa non lo sia. In un secondo momento un datbase condiviso su scala nazionale potrà essere creato.

E secondo Matteo Vergani, i dati su quello che la legge definisce un crimine non sembrano sufficienti per avere uno strumento completo ed efficace.

"Dobbiamo includere e categorizzare anche fatti che non sono considerati veri e propri crimini come per esempio forme di molestie e 'hate speech'".

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