This article is only available in Italian.
Femminismo è la parola dell’anno 2017 secondo lo storico dizionario Merriam-Webster.
L’anno che si è appena concluso ha segnato una serie di conquiste per i diritti delle donne, raggiunte innanzitutto proprio grazie alle donne stesse, che in varie parti del mondo hanno smesso di tacere e hanno cominciato a denunciare gli abusi e le molestie subite, non solo all’interno della famiglia, che resta purtroppo il luogo principale della violenza sulle donne, ma anche nel mondo del lavoro.
Nadia Somma, giornalista, attivista del centro antiviolenza Demetra che aderisce alla rete nazionale DiRe (Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza Italiani) ha fatto per noi il punto della situazione.
Passiamo in rassegna alcune date fondamentali di questo 2017.
L’anno è cominciato con l’elezione di Donald Trump, un presidente che già in campagna elettorale aveva chiaramente esposto il suo concetto su come “prendere” le donne, e con la sconfitta della prima candidata donna alla presidenza degli USA. Le due cose sembravano portare indietro di diversi anni le battaglie sulla parità di diritti.
Ma questa volta le donne non hanno subito: tra star di Hollywood e gente comune, sono state 2,5 milioni le donne scese nelle piazze in tutto il mondo per dire NO al 45esimo Presidente degli Stati Uniti.
A guidare la marcia rosa di Washington, che si è propagata anche a Los Angeles, Chicago, New York e tantissime altre città, c’erano le star di Hollywood, da Madonna a Scarlett Johansson, da Jane Fonda a Charlize Theron, da Julia Roberts ad Alicia Keys. E non mancavano nemmeno gli uomini; anche divi come Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo e John Legend hanno fatto sentire la loro presenza.
Nel resto del mondo, le donne non sono state da meno.
In India, il 21 gennaio, migliaia di donne provenienti da 30 città e villaggi hanno partecipato ad una protesta senza precedenti contro la mentalità patriarcale predominante che non permette loro di uscire la sera e per denunciare le continue aggressioni subite dalle donne che camminano da sole dopo le 7 di sera. La protesta faceva parte del movimento #IWillGoOut.
In Nepal, l’11 agosto 2017, è passata la legge che pone fine al Chaupadi, l’esilio delle donne durante il ciclo mestruale. Il decreto, che dovrebbe entrare in vigore nel 2018 prevede che chiunque costringerà le donne all'isolamento potrà essere punito con una multa o con tre mesi di prigione. Le donne nepalesi potranno finalmente evitare di essere allontanate dai propri villaggi e recluse in isolamento, spesso in piccole baracche e in condizioni igieniche precarie.
Nel mese di ottobre un grande numero di donne provenienti da 22 isole del Pacifico ha partecipato alla più grande conferenza femminista mai organizzata in questa regione, dal tema: “Uguaglianza di genere e empowerment economico femminile”. La conferenza si è svolta alle Isole Fiji.
Anche in Arabia Saudita le donne hanno ottenuto una conquista importante, quella di poter guidare. In un Paese che aderisce alla versione più rigida dell'islam sunnita, il wahabismo, che limita enormemente i diritti delle donne, guidare l'auto rappresenta un passo avanti notevole. L’annuncio è arrivato a settembre.
In Italia, il 26 novembre, l’assemblea nazionale di “Non Una di Meno”, movimento nato in Argentina nel 2015 a seguito di un appello di giornaliste, attiviste e artiste per dire basta alla violenza maschile sulle donne, si è riunita a Roma dopo l’oceanica manifestazione del 25 novembre, ha letto e fatto proprio l’appello lanciato da Ni Una Menos alla costruzione dello sciopero globale delle donne per il prossimo 8 marzo 2018.
Anche nel mondo dello sport, questa volta in Australia, le donne hanno vinto una battaglia importante: dal febbraio scorso, l’AFL Women's (AFLW) è diventata la prima nazionale Australiana femminile di football league.
Restando nel mondo dello sport, segnali che qualcosa stava cambiando sono arrivati anche dal tennis. Nel corso del torneo di Wimbledon, il campione Andy Murray ha corretto un giornalista che aveva fatto un'affermazione su Sam Querrey, chiamandolo "il primo giocatore americano a raggiungere la semi-finale dal 2009". Murray ha sottolineato al giornalista che stava prendendo in considerazione soltanto i giocatori uomini ignorando i successi femminili: dal 2009, Serena Williams, ad esempio, ha vinto 12 Grandi Slam.
Ma ciò che ha dato l’avvio ad un movimento di massa a sostegno della parità di genere è il caso Weinstein. Il caso è ben noto: nato da un’inchiesta pubblicata dal New York Times il 5 ottobre scorso, sulla base delle testimonianze di due attrici, Rose McGowan e Ashley Judd, è diventato il punto di partenza per riflettere sulla diseducazione dell’esercizio del potere. Lo scandalo Weinstein ha innescato una reazione a catena di denunce che non è stata più possibile ignorare, che ha portato al licenziamento di importanti personaggi del mondo del cinema, della politica, dell’editoria, e di altri settori.
La diffusione dell’hashtag #Metoo, cui hanno risposto letteralmente milioni di donne di tutto il mondo, ha mostrato fino a che punto il fenomeno delle molestie sul posto di lavoro fosse esteso, in tutti i campi e in tutti i Paesi.
Nell’avanzata Svezia, Paese all’avanguardia nel mondo per le pari opportunità, 456 attrici di teatro, dell'Opera reale o del cinema hanno denunciato in una lettera aperta anni di abusi sessuali e molestie da parte di registi e superiori. Lo shock ha contagiato società e mondo politico. L'istituto svedese del cinema ha deciso di creare una "green card", una patente di correttezza, che impegni produttori e attori ad astenersi da ogni molestia, con sanzioni penali per chi viola la norma.
L’effetto tsunami del caso Weinstein in Francia è stato travolgente: né chi cerca solo di sollevare dei dubbi “metodologici”, né gli uomini che hanno provato a utilizzare l’hashtag #NotAllMen sono stati in grado di arginare la rabbia delle donne.
In Italia, la confessione tardiva di Asia Argento, altra vittima di Weinstein, ha spaccato il Paese a metà, dividendo anche il fronte femminile tra chi dice che “si può dire anche no” e chi pensa che si debba solidarizzare con le vittime a prescindere. La Argento è diventata bersaglio di attacchi sia da parte di uomini sia di donne, portandola a dichiarare di voler lasciare l'Italia.
Nel complesso, parte dell’opinione pubblica italiana resta ferma su un atteggiamento di “victim blaming”, sulla tendenza cioè a dare la colpa alle vittime, che avrebbero potuto comportarsi diversamente, mentre gli uomini accusati sarebbero da considerarsi innocenti fino a prova contraria.
Comunque la si pensi, non è più possibile sottovalutare la portata politica del meccanismo che si è messo in atto in seguito al caso Weinstein e ogni tentativo di sminuirlo o relegarlo ad altri ambiti non sembra avere successo. Come ha detto l’attrice Salma Hayek, che si è unita di recente alle denunce contro Weinstein, “Le donne parlano perché in questa nuova era possono farlo”.
