Il 9 maggio del 1978 una telefonata delle Brigate Rosse annunciò al rappresentante della famiglia di Aldo Moro dove trovare il corpo senza vita del presidente della Democrazia Cristiana. Si concludeva così la drammatica vicenda che tenne l’Italia con il fiato sospeso per quasi due mesi. Il 16 marzo dello stesso anno, lo statista era stato rapito da un commando del gruppo terroristico.
Quel giorno a Roma era previsto un dibattito alla Camera e il voto di fiducia per il quarto governo Andreotti. Si trattava di una svolta nella storia politica italiana perché, per la prima volta dal 1947, il Partito Comunista avrebbe concorso direttamente alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo governo. Principale artefice di questa manovra politica era stato proprio Aldo Moro, allora presidente della DC.
Moro aveva dovuto superare forti resistenze interne al suo partito e contrasti tra le varie forze politiche per tentare di inaugurare una nuova fase nella politica italiana, quella che fu definita del compromesso storico fra i due maggiori partiti del paese.

Poco dopo le nove della mattina di quel 16 marzo, l’auto di Moro e quella della sua scorta vennero bloccate a via Mario Fani, nel quartiere Trionfale di Roma, da un gruppo di brigatisti. Gli uomini armati, vestiti con uniformi militari, uccisero i cinque agenti della scorta e sequestrarono l’uomo politico. Un’ora dopo giunse all’agenzia ANSA una telefonata di rivendicazione da parte delle Brigate Rosse. L’Italia era sotto shock. Le BR avevano colpito e ucciso in precedenza, ma mai con un’azione così spettacolare. La condanna dei partiti fu unanime, come la solidarietà alla famiglia di Moro e alla DC.
Moro fu tenuto prigioniero in un appartamento a via Montalcini, sempre a Roma, nel quartiere Portuense. La prigionia dello statista viene narrata in versione cinematografica - e quindi con le licenze artistiche del caso - nel film Buongiorno notte del regista Marco Bellocchio. Moro è interpretato dall’attore Roberto Herlitzka.
Durante la sua prigionia Moro scrisse decine di lettere a famigliari, amici e colleghi di partito, chiedendo, fra le altre cose, che la DC e comunque la classe politica si adoperassero per la sua liberazione. I partiti, con poche eccezioni, fecero invece quadrato dietro al dogma che con i terroristi non si deve trattare (alcune delle richieste delle BR ipotizzavano uno scambio fra Moro e alcuni brigatisti in carcere) e rifiutarono qualsiasi apertura in proposito. Anche le possibili mediazioni nella vicenda di Papa Paolo VI e dell’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kurt Waldheim, tramontarono presto.
Dalle deposizioni rilasciate alla magistratura è emerso che non tutto il vertice delle BR era d’accordo con il verdetto di condanna a morte. Il 30 aprile Mario Moretti, uno dei capi dell’organizzazione terroristica, telefonò direttamente ad Eleonora Moro, moglie del presidente della DC, per chiederle di premere sui vertici del partito affinché accettassero la trattativa. La chiamata fu intercettata dalla polizia. La decisione sulla sorte di Moro fu dunque messa ai voti.
Il 9 maggio del 1978, a conclusione del cosiddetto processo del popolo, Moro fu ucciso a colpi di arma da fuoco dal brigatista Mario Moretti quando si trovava già nel bagagliaio della Renault 4 rossa nella quale fu poi ritrovato il suo corpo. Moretti e il complice Germano Maccari lasciarono l’auto in via Caetani. L’indirizzo è considerato simbolico, in quando si trova esattamente a metà strada fra la sede della DC (Piazza del Gesù) e quella del PCI (Via delle Botteghe Oscure).

Poco dopo mezzogiorno, con una telefonata al rappresentante della famiglia Moro, il professor Franco Tritto, il brigatista Valerio Morucci comunicò dove trovare l’auto.
La notizia si diffuse immediatamente e il Telegiornale della Rai pochi minuti dopo informò il Paese sul tragico epilogo della vicenda che più di altre è diventata un simbolo dei cosiddetti anni di piombo, che insanguinarono l’Italia dalla fine degli anni ’60 all'inizio degli anni '80 del secolo scorso.
