Il calcio è spietato. Se non segni, non vinci. E l'Italietta non sfugge a questa regola. Neanche quella di Mancini che l'altra sera, sotto la pioggia di Marassi, ha giocato bene per un'ora salvo poi ripiombare nel buio dopo l'uscita di Bernardeschi, il migliore, e il pareggio dell'Ucraina.
I cambi hanno peggiorato la situazione dimostrando che stavolta il ct aveva fatto delle buone scelte: affidabile la difesa imperniata su Bonucci e Chiellini, roccioso il centrocampo con Barella e Verratti ai fianchi di Jorginho, leggero però il tridente per l'assenza non solo d'un centravanti vero, ma anche di un "falso nove".
Bernardeschi non gioca da anni in quel ruolo e Insigne, come speso gli accade in nazionale, è parso nell'ingranaggio sbagliato. Possibile che il talento partenopeo non brilli mai quando veste la maglia azzurra? Ancelotti gli ha cambiato posizione: da esterno sinistro a seconda punta dietro Milik, in qualche caso prima punta. Mancini ha ringraziato, ma ha preso a prestito solo in parte l'intuizione di Carletto con risultati risibili nell'amichevole con l'Ucraina.
Certo. Se il portiere Pyatov, incerto sul tiro di Bernardeschi per un rimbalzo ingannevole del pallone, non si fosse superato nel primo tempo, scriveremmo oggi altre cose. Ma la mancanza d'un killer del valore di Higuain, di quelli che sfruttano i pochi palloni a disposizione, s'è fatta comunque sentire.
Lasciamo da parte Piola e Meazza, Riva e Boninsegna, oggi non abbiamo né un Gilardino né un Toni. E la finalizzazione diventa un problema che da oltre due anni angustia le cose azzurre. "Il gol, questo sconosciuto", è la spiega di una squadra incapace di superare i portieri avversari con un minimo di regolarità, battere squadre un tempo alla nostra portata, risalire nel ranking Fifa: dai e dai, rischiamo di uscire non solo dalla top-ten, ma anche dalla borghesia.
Se domenica perdessimo in Polonia, ci ritroveremmo all'ultimo posto del girone di Nations League con il tangibile rischio di retrocedere nella serie B di questa competizione e di mettere a repentaglio perfino la qualificazione al prossimo Europeo.
Dobbiamo allora aggrapparci a quanto di buono s'è visto per quasi un'ora a Marassi e conseguentemente alla speranza che i nostri migliori interpreti si ricordino di come si confeziona un gol. I segnali sono stati finalmente interessanti.
E' il tempo dei ritocchi, non dei massicci turn-over che hanno stravolto le precedenti formazioni con addirittura 9 cambi in Portogallo. Si ha talvolta l'impressione che Mancini voglia stupire l'uditorio a ogni appuntamento chiamando, come è successo in quest'ultima circostanza, Giovinco dal Canada o Piccini dalla Spagna. Ne poteva fare a meno. A oggi ha convocato 47 giocatori diversi e ne ha schierati 37 con ben 10 esordienti. Neanche Bernardini e Sacchi, che pure esagerarono con le convocazioni, raggiunsero questi numeri.
La squadra vista a Marassi rappresenta allo stesso tempo un punto di partenza e di arrivo. E su questa il ct è invitato a proseguire il percorso che deve approdare a qualche risultato importante. In Polonia bisogna vincere per evitare una nuova caduta verticale. Il tridente leggero, che a Marassi ha peccato di concretezza, potrebbe essere riproposto per prendere in velocità la difesa avversaria.
Altrimenti Mancini passi al piano B con Immobile centravanti (non c'è altri, Belotti è rimasto a Torino) e magari Bernardeschi arretrato a centrocampo al posto di Barella. Un rischio, forse. Ma ci vuole coraggio per uscire da una crisi che dura ormai da due anni abbondanti. Mancini era giocatore di talento, mai banale: lo sia anche sulla panchina azzurra.
