Il 40% degli italiani in Australia dichiara di essere stato sfruttato al lavoro. E nonostante ciò oltre il 55% di chi arriva down under vorrebbe costruirsi un futuro qui. Sono solo alcuni dei dati emersi dal rapporto “Il viaggio dei nuovi migranti”, realizzato da Riccardo Armillei, ricercatore della Deakin University e da Bruno Mascitelli, professore della Swinburne University.
L'indagine, dal titolo "A new Italian 'Exodus' to Australia?", è il risultato di un questionario online, compilato da 600 italiani in Australia, con visti temporanei o permanenti, tenendo conto dei dati dal 2004 al 2016. La ricerca sarà presentata martedì 6 settembre nella sede del Co.As.It di Melbourne alle 18.30.
"Più del 40% italiani ha riferito di aver avuto una difficile esperienza di lavoro in Australia nel corso della quale si sono sentiti sfruttati. Ciò indica che il problema non può essere limitato solo ai working holiday. Questi ultimi hanno riconosciuto di aver dovuto affrontare condizioni di lavoro difficili, che spesso aumentano il rischio di sfruttamento. Tuttavia, per il 55% dei WH questo è stato definito come un modo per comprendere meglio il mercato del lavoro australiano ed eventualmente di rimanervi. Per il 28% dei partecipanti, invece, ha costituito solamente un’esperienza di vita/lavoro temporanea".
Secondo Armillei, c'è un legame tra la temporaneità dei visti e i casi di sfruttamento. Vale a dire che gli abusi sul posto di lavoro sono legati al tipo di visto e può succedere che lo student visa, il working holiday visa e anche lo sponsor visa (il 457) siano sinonimo di lavori sottopagati.
Quanti sono gli italiani in Australia
D’altro canto, ottenere un visto permanente è un processo lungo e costoso, come spiega Armillei. “Dalla ricerca emerge che molti vorrebbero rimanere – dice – ma spesso il sistema visti costituisce un ostacolo. Il processo di per sè è confusionario, complicato e lungo. Spesso si arriva qui con un working holiday visa, poi si richiede uno student visa, poi lo sponsor e si può arrivare ad ottenere la residenza permanente dopo sei anni”.
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E infatti secondo il rapporto, sono davvero pochi gli italiani che ce la fanno. “Dall’analisi dei dati statistici – dice ancora Armillei – i numeri sono bassi. I visti temporanei rilasciati agli italiani rappresentano l’1,5% del totale. I dati del migration program, il programma migratorio del Governo Australiano, dicono che agli italiani dal 2004 al 2016 sono stati rilasciati 8.711 visti permanenti, su un totale di 1 milione e 800 mila.
Numeri molto bassi se confrontati con altri paesi, come l’India con 284 mila, la Cina con 257 e la Gran Bretagna con 290 mila visti permanenti in dieci anni”.

Stando al rapporto, c’è un aumento costante di italiani che scelgono di vivere un’esperienza in Australia e poi cercano di rimanere, ma sono numeri esigui rispetto ad altre nazionalità presenti in Australia.
“Questi ragazzi – aggiunge il presidente del Comites Francesco Pascalis – vengono per lavorare, ma alla fine non tutti vogliono restare. Ci sono altri paesi oltre all’Australia che offrono opportunità e possibilità”.
Lavoro: uno sportello per domanda e offerta
Il Comites vuole attivare una rete di aiuti e servizi per gli italiani in Australia. “L’idea è quella di creare un punto di riferimento con un consulente, un formatore – continua Pascalis – che possa fare da tramite tra le realtà imprenditoriali italiane e il personale specializzato. Poi come succede già in Europa con l’Erasmus, si potrebbe pensare ad un programma di interscambio più articolato, dove i ragazzi che vengono in Australia per un’esperienza possono tornare in Italia con gli insegnamenti acquisiti".
Perché i numeri sono importanti
In quest’ottica i dati sono fondamentali. “Tutte le persone che vengono in Australia - spiega il ricercatore – danno un contributo fondamentale al paese, anche in termini economici. Per questo motivo, alcune tematiche come lo sfruttamento, la semplificazione del rilascio dei visti e il riconoscimento della professione vanno affrontate”.
Leggi l'articolo in inglese di Bruno Mascitelli, pubblicato su The Conversation.

