I visti concessi per gestore di ristoranti, solitamente un visto 457 (o in misura minore ENS 186 e RSMS 187), stanno causando severi grattacapi a chi li richiede e a chi deve gestire le pratiche.
Il dipartimento di immigrazione infatti, quando si tratta di valutare le credenziali, gli stipendi e le esperienze passate, prende molto sul serio la questione, come hanno imparato a loro spese molti giovani italiani e come ci racconta l'agente di immigrazione Emanuela Canini.Sono due le problematiche più pressanti: per quanto riguarda chi sponsorizza, l’impegno è dimostrare di possedere un ristorante e non un fast-food o take-away.
In questi ultimi casi, non è possibile sponsorizzare cuochi o restaurant manager, una distinzione in vigore da meno di due anni che ha causato diverse grane a chi ha sponsorizzato personale come ristorante ed è stato poi retrocesso a take-away.
Per quanto riguarda lo sponsorizzato, il problema è dimostrare l’esperienza lavorativa, visto che le lettere di referenze non sono più sufficienti.
"Il Dipartimento ora richiede spesso le buste paga o altre prove di pagamento; addirittura arriva a chiamare gli ex datori di lavoro in Italia per confermare se quello che è stato dichiarato sia vero o no"
Spesso vengono studiate anche le buste paga per verificare le ore lavorate e se la paga corrisponda ad un salario medio in Italia per quella professione.
Se questo non combacia o se il datore di lavoro non conferma, arriva una bella lettera dove il Dipartimento di Immigrazione contesta la veridicità delle informazioni e, se non si fornisce una spiegazione più che convincente, si rischia il rifiuto del visto e 3 anni di bando dall’Australia.
Questo giro di vite nei controlli è reso ancora più complesso a causa della realtà lavorativa italiana.
I problemi sono ben identificabili, a partire dalla frequenza del lavoro in nero: un datore di lavoro in Italia scrive la lettera di referenza ma poi alla richiesta delle buste paga queste non si possono produrre. Di conseguenza, il datore di lavoro si tira indietro e non conferma quello che ha scritto.
Questo è un caso ovvio, ma le complicazioni ci sono anche per il lavoro cosiddetto in regola ma sottopagato o pagato regolarmente solo in parte e con un’altra parte di nero (per cui dalle buste paga risulta una paga da cameriere o un part time).
O anche, caso molto comune in Italia, quello di camerieri promossi a manager, senza però il salto di qualità dello stipendio: la paga rimane la stessa e non si può dimostrare che a un certo punto le mansioni si sono evolute.
Cosa fare allora? Purtroppo poco, se ci si trova in una situazione del genere. Il consiglio è di informarsi sulla questione e non andare allo sbaraglio. È vitale prepararsi al meglio e vagliare i rischi nel richiedere un visto subito con documentazione che potrebbe rivelarsi insufficiente; meglio rimandare tutto a quando si è più pronti.
Se il rischio è troppo alto forse conviene prendere una qualifica, come un diploma in hospitality management, che sostituisce la necessità di dimostrare l’esperienza lavorativa.
Altro consiglio è avvertire tutti i datori di lavoro sulle probabili domande che potrebbero ricevere; spesso cadono dalle nuvole e tra la poca memoria e l’imbarazzo del momento possono fare danni molto facilmente. Essenziale poi contare le ore lavorate buste paga alla mano, in modo da sapere cosa si può dichiarare ufficialmente.
