Sono passati dal 37 per cento dello scorso anno al 43 per cento nel 2018 i cittadini e le cittadine d'Australia che vorrebbero ridurre il numero di immigrati. Un dato che non toccava livelli simili dal 2010, quando era stato raggiunto il picco del 47 per cento in seguito al discorso di Kevin Rudd a sostegno di una "Grande Australia" e la Coalizione aveva votato per un taglio alla migrazione in Australia.
Nonostante ciò il sondaggio nazionale che annualmente viene commissionato dall'organizzazione filatropica Scanlon ha rilevato anche che più della metà degli australiani ritiene che l'attuale assunzione di migranti in posizioni lavorative sia positiva per il Paese.
Il sondaggio ha preso in cosiderazione le opinioni di 1.500 australiani intervistati su argomenti come la coesione sociale, l'immigrazione e le questioni relative alla popolazione.
Secondo il Professor Andrew Markus della Monash University di Melbourne, nonostante le preoccupazioni sulla gestione della popolazione dichiarate dall'attuale governo, l'82% degli intervistati ritiene che gli immigrati abbiano un impatto positivo sulla società australiana: "i livelli di preoccupazione per un'immigrazione proveniente da Paesi diversi sono relativamente bassi" spiega Markus, "gli indicatori riguardo al fatto che l'immigrazione sia un bene per il Paese, crei posti di lavoro e porti nuove idee rimangono, per una grande percentuale della popolazione, molto positivi".
"Gli indicatori riguardo al fatto che l'immigrazione sia un bene per il Paese, crei posti di lavoro e porti nuove idee rimangono, per una grande percentuale della popolazione, molto positivi"
Il Professor Markus ha inoltre evidenziato che il sostegno al multiculturalismo in Australia rimane stabile. Un trend che si è mantenuto stabile negli 11 anni in cui la ricerca è stata condotta. La ricerca, spiega il Prof. Markus, include la domanda: "Credi che il multiculturalismo sia stato positivo per l'Australia? ". Certamente ci sono diverse persone che hanno risposto che il multiculturalismo è un disastro e che sta rovinando il Paese, ma i dati mettono in evidenza che la maggior parte della popolazione pensa il contrario: "l'85% delle persone hanno risposto Sì, il multiculturalismo è stato positivo. È una domanda che abbiamo incluso ormai più di cinque volte ed ogni volta otteniamo praticamente lo stesso risultato".
La risposta al multiculturalismo resta positiva per una percentuale tra l'83 o l'86 per cento della popolazione. La maggior parte degli intervistati vede il multiculturalismo come un processo di cambiamento a doppio senso, che comporta l'adattamento sia delle persone che già vivono in Australia che di quelle provenienti dall'estero. Il 54% dei partecipanti al sondaggio ritiene infatti che i migranti dovrebbero cambiare i loro comportamenti per essere più simili alle persone che già vivono in Australia, mentre il 37 per cento ha affermato che le minoranze etniche dovrebbero ricevere assistenza governativa per mantenere le loro abitudini e tradizioni.
Secondo il presidente degli Ethnic Communities Councils of Victoria Kris Pavlidisis, nel complesso i risultati offrono un quadro positivo della comprensione del multiculturalismo da parte della società australiana: "Il fatto è uno: siamo tutti immigrati. A parte la nostra comunità indigena, siamo tutti immigrati in questa nazione".
"Siamo tutti immigrati. Oltre alla nostra comunità indigena, siamo tutti immigrati in questa nazione."
Al di là dell'immigrazione Andrew Markus afferma che i cambiamenti nell'atteggiamento degli intervistati nei confronti dei membri del Parlamento federale sono notevoli.
Il professor Markus sottolinea infatti che negli ultimi dieci anni c'è stato un calo significativo nel sostegno ai parlamentari federali, e quindi nella credibilità dei politici di Canberra. Siamo passati da un sostegno del 48% nel 2009 ad uno del 30%. La domanda che in questo caso è stata fatta agli intervistati è: "Ti fidi del fatto che i politici di Canberra facciano la cosa giusta per la popolazione australiana? E la scoperta interessante è stata che ad un certo punto, precisamente nel 2009, il 48 per cento della popolazione ha risposto "Sì", ma poi questa fiducia è crollata e non è mai stata recuperata".
Poco meno di uno su cinque degli intervistati ha dichiarato di aver subito discriminazioni a causa della propria religione, etnia o colore della pelle, una cifra che non è aumentata dal 2016.
Il diciottenne Emmanuel Makor, nato in Egitto, riceve il sostegno dell'organizzazione Youth Activating Youth, che aiuta i giovani provenienti da comunità etniche svantaggiate nel Victoria. Emmanuel, che vive in Australia sin da quando era bambino, ha raccontato che, nonostante abbia vissuto in prima persona esperienze di discriminazione, sente un forte senso di appartenenza.
Dal suo punto di vista la discriminazione passa soprattutto dall'utilizzo della terminologia fatta dai mezzi di comunicazione di massa quando trattano le notizie riguardanti i migranti: "Io mi considero australiano" ha dichiarato Emmanuel, "mi sento molto fortunato ad essere qui. Vivo qui da 15 anni e ne ho 18. Questo è tutto ciò che so. Sono australiano. Questo è un dato di fatto. Si sente spesso il termine afro-americano, ma non ho mai sentito usare il termine africano-australiano. Ci sono persone che sono nate qui e non sono ancora... O meglio i media non parleranno mai di africani-australiani. Diranno solo africano. E per me, è come se guardassimo il Paese dall'esterno".
"Vivo qui da 15 anni e ne ho 18. Questo è tutto quel che conosco. Sono australiano. Questo èun dato di fatto"
Circa il 23 per cento degli intervistati nello studio ha mostrato opinioni negative nei confronti dei musulmani, una cifra che è rimasta abbastanza stabile tra il 22 ed il 25 per cento dal 2010.
Secondo la presidente della Victorian Multicultural Commission Helen Kapalos le opinioni negative basate sulla religione e sulla razza fanno parte di una narrativa più ampia, un discorso che viene fatto a livello globale: "Spesso associamo la religiosità o la percezione della religiosità di qualcuno e cosa potrebbe significare e cosa potrebbe rappresentare. Ma quella rappresentazione che costruiamo è reale o è una percezione?"
