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20 anni dall'invasione in Iraq

An Iraqi man ontop of a burning army vehicle in 2004 (AAP).jpg

Un uomo iracheno sopra un veicolo in fiamme, fotografato nel 2004. Credit: aap

Varie associazioni a difesa dei diritti umani sostengono che l’Iraq sia, ad oggi, uno tra i Paesi più violenti e corrotti al mondo, e questo è spesso visto come un effetto delle azioni della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti di cui faceva parte anche l’Australia.


A Baghdad erano le 5:34 del 20 marzo 2003 quando i primi bagliori nel cielo annunciarono l’inizio dell’operazione ‘Shock and Awe’, l’invasione dell’Iraq da parte della 'Coalizione di volenterosi' guidata dagli Stati Uniti. Lo scopo: destituire il dittatore Saddam Hussein. A volerlo l'allora presidente Usa George W. Bush.

Avrebbe dovuto essere una guerra lampo e in un certo senso lo fu: venti giorni dopo, il 7 aprile, i marines entravano nel palazzo del dittatore; il primo maggio Bush annunciava "mission accomplished", missione compiuta.

L'intervento fu motivato dal presunto sviluppo in Iraq di un arsenale di armi chimiche, dal sostegno che Saddam forniva ai terroristi islamici e dalla necessità di libertà degli iracheni.

Le molte indagini effettuate non hanno ancora provato la veridicità delle prime due cause, e per quanto riguarda la terza - la libertà al popolo iracheno sotto forma di pace, prosperità e democrazia - i dubbi non mancano.

Secondo il professor Benjamin Isakhan, un ricercatore di Politica internazionale della Deakin University, l’obbiettivo sperato non è stato raggiunto.

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