Il nuovo compito degli architetti è quello di incorporare la storia millenaria del patrimonio culturale Aborigeno negli spazi che abitiamo e frequentiamo, comprese le zone urbane.
Per raggiungere questo scopo, in che modo gli architetti, gli enti governativi e i designer dovrebbero interagire con le conoscenze indigene quando progettano i nostri ambienti?
In questo episodio di Australia Explained, esperti indigeni e non indigeni condividono le loro idee sulla creazione di spazi ed edifici che si ispirano alle conoscenze Aborigene.
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Il professor Brian Martin, originario del NSW, è un discendente dei popoli Bundjalung, Muruwari e Kamilaroi.
È uno dei coautori dell'International Indigenous Design Charter, ovvero la Carta internazionale del design indigeno, che stabilisce i protocolli per realizzare progetti che rispondano alla cultura indigena del luogo dove devono essere costruiti, che si tratti di un edificio pubblico, una piazza, o altro tipo di costruzione.
Il professor Martin spiega che questo metodo riflette anche la diversità delle culture indigene in Australia.
"Quando pensiamo alla conoscenza indigena, ai modi di conoscere indigeni, o quando pensiamo al design in particolare, tutta la conoscenza deriva dai luoghi", spiega.

Secondo l'architetto Jefa Greenway, discendente dei Popoli Wailwan/Kamilaroi and Dharawal, riconoscere la diversità dei popoli indigeni nei progetti architettonici è molto di più di un semplice processo di inclusione.
Riaffermare il principio del Country, ovvero il Territorio, significa ideare progetti che raccontino la storia di un luogo in tutte le sue dimensioni, non solo la geografia ma, per esempio, anche la kinship - il legame culturale di parentela - o la musica tradizionale.
“Sappiamo che in questo vasto continente esistono oltre 270 gruppi linguistici distinti e 600 dialetti”, afferma.
Un esempio di questo tipo di progettazione è visibile nel campus della Melbourne University.

Qui un team ha progettato un anfiteatro e una piazza ricreando un torrente simile a quelli che scorrevano nella nazione Kulin e che per oltre sessantamila anni hanno permesso alle anguille di raggiungere il Birrarung, ovvero il fiume Yarra, per riprodursi. Torrenti che oggi, con l'urbanizzazione, non esistono più.
Hanno utilizzato vegetazione e materiali autoctoni e hanno creato una rete di raccolta dell'acqua, con una serie di stagni intorno al campus che raccolgono l'acqua piovana permettendo alle anguille di migrare attraverso di esso.

Come spiega Greenway, questo è un esempio di progettazione guidata dalla antica realtà del Territorio, che rende tangibile la continuità culturale delle First Nations.
“Sostiene l'idea di continuità culturale. Troppo spesso, in passato, la cultura indigena è stata inquadrata come un'idea di ritorno al passato" afferma Greenway.
"Stiamo cercando di diffondere la comprensione del fatto che stiamo costruendo su un'eredità di 67.000 anni di connessione continua con questo luogo”.
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