Con l'intervento della laburista Kristina Keneally, vice leader dell'opposizione al Senato e ministra ombra per gli affari interni, la cittadinanza e l'immigrazione, si è riaperto il dibattito sui visti temporanei e sugli effetti delle politiche migratorie australiane degli ultimi due decenni.
Quando la senatrice Keneally ha dichiarato che l'attuale politica dei visti temporanei in Australia "cambierà chi siamo come nazione, e lo farà in senso negativo" faceva infatti riferimento tanto alla partecipazione dei nuovi abitanti alle problematiche nazionali (ad esempio l'intervento in caso di incendi boschivi) quanto ai diritti dei residenti temporanei.
L’agente d’immigrazione Emanuela Canini, che ha analizzato la questione per SBS Italian, sostiene che in questo modo i residenti temporanei siano considerati di “serie B”, nel senso che molti non godono degli stessi diritti dei residenti permanenti, pur avendo invece più doveri e contribuendo nella stessa misura (o addirittura di più, come i Working Holiday Visa che pagano tasse più alte) all’economia federale.
Allo stesso tempo, secondo Emanuela Canini, sin dai tempi di John Howard le politiche migratorie - passate anche per gli anni al governo dei laburisti fino ad arrivare alle ultime policies di Scott Morrison - non hanno creato una situazione di comodo per l’economia australiana e una sorta di “selezione naturale” dove, solo chi ha una certa disponibilità economica, riesce a superare la trafila per ottenere la cittadinanza.
I numeri dei visti temporanei
Attualmente gli immigrati temporanei costituiscono il 10% della forza lavoro più giovane in Australia. Secondo un rapporto del 2019 del CEDA, il Committee for the Economic Development of Australia, mnel Paese ci sono due milioni di lavoratori temporanei.
Si tratta prevalentemente di neozelandesi, studenti, giovani in working holiday, richiedenti asilo, lavoratori con un visto 482 (ex 457) e, ultimi ma non in minor numero, tutti coloro che hanno un Bridging Visa con diritto al lavoro: tutti residenti a lungo termine vincolati dalle condizioni dei propri visti, che devono cioè pagarsi un’assicurazione medica privata, lavorare part time o full time, e pagare le tasse.
Doveri ma non pieni diritti quindi. La maggior parte dei residenti temporanei non ha infatti diritto all’assistenza medica pubblica, oppure ai sussidi sociali. Fanno eccezione quelli che provengono da Paesi dove ci sono accordi speciali con l’Australia, come i neozelandesi, che però non hanno pieno accesso al Centrelink. Se la senatrice Keneally ha fatto riferimento ai sussidi per gli aiuti dopo i disastri, come nel caso degli incendi, Emanuela Canini conferma che anche in questi casi i neozelandesi usufruiscono di leggi fatte appositamente di volta in volta e senza alcuna certezza.
Per quanto riguarda la nazionalità, ci suggerisce l'agente d'immigrazione di base a Sydney, più di 670.000 sono neozelandesi. Inglesi, indiani e filippini sono i destinatari della maggior parte dei visti di sponsorizzazione; gli studenti sono prevalentemente cinesi e indiani, mentre i WHV sono inglesi, i francesi e sudcoreani.
In merito agli italiani, le cifre in confronto sono relativamente basse. Emanuela Canini, che in passato ha svolto uno studio da quale era emerso che nel 2018 quelli con status temporaneo in Australia erano circa 16 mila.
Il miraggio della permanenza
Dai tempi di John Howard, quando nacque il visto 457 che permetteva di lavorare e ottenere la residenza permanente in Australia lavorando due anni (in seguito tre) per lo stesso datore di lavoro e gli studenti internazionali potevano diventare residenti permanenti quasi automaticamente con il sistema a punti, la possibilità di diventare permanenti in Australia è diventato via via un miraggio.
Come spiega l’agente d’immigrazione, da allora il governo ha cercato di mantenere alto l’interesse nei migranti per stabilirsi in Australia, alzando tuttavia gli ostacoli per riuscirci. Gli anni dei laburisti al governo hanno visto l'introduzione del visto lavorativo post studio per incentivare le iscrizioni universitarie, con tasse d'iscrizione via via sempre più alte.
Il dibattito sui visti temporanei è tornato alla ribalta da un paio di anni, da quando il governo ha diminuito il numero totale delle residenze permanenti annuali di 30.000 persone. L’effetto di tale provvedimento è stato tuttavia un aumento delle persone con visti temporanei.




