Mario Francese è stato uno dei primi giornalisti siciliani a investigare e raccontare nel dettaglio le dinamiche dell'operare mafioso all'interno della società e del mondo politico e degli affari.
Ha raccontato non soltanto il cosiddetto malaffare gestito da Cosa Nostra, ma anche la struttura dell'organizzazione, quando a cavallo tra gli anni '60 e gli anni '70 ne veniva ancora pubblicamente negata l'esistenza.
Questo prima che il pentito Tommaso Buscetta andasse a descrivere la struttura della cupola durante il maxiprocesso alla mafia degli anni '80.
Mario Francese raccontò l'ascesa di una feroce fazione all'interno del mondo mafioso, quella dei Corleonesi, e pagò il prezzo più alto per i risultati del suo lavoro.

La vita e la storia del giornalista ebbero inizio nel 1925 a Siracusa, dove Francese nacque e trascorse una serena infanzia. Ma la sua città di adozione divenne Palermo, a cui si legò profondamente e dove iniziò la sua vita professionale.
Francese iniziò la propria carriera come telescriventista dell'ANSA e successivamente cominciò a lavorare come giornalista, pubblicando articoli sul giornale "La Sicilia" di Catania.
Alla fine degli anni '50, Mario Francese venne assunto dall'ufficio stampa dell'Assessorato ai lavori pubblici della Regione Sicilia e fu proprio in quegli anni che sposò Maria Sagona, con la quale ebbe quattro figli: Giulio, Fabio, Massimo e Giuseppe.
Nel corso degli anni successivi intraprese una collaborazione con "Il Giornale di Sicilia" di Palermo e nel 1968 si licenziò dalla Regione per diventare giornalista a tempo pieno.
A "Il Giornale di Sicilia" si occupò di cronaca giudiziaria e iniziò a conoscere sempre più a fondo il fenomento dell'ingerenza mafiosa nel mondo degli affari e della politica. E nel formulare le sue teorie – alla base delle successive inchieste costruite raccogliendo documenti e fatti verificati – contribuì verosimilmente alla conoscenza del mondo degli appalti e delle infrastrutture pubbliche maturata negli anni di lavoro alla Regione.
Le prime inchieste di rilievo svolte da Mario Francese, una volta divenuto giornalista professionista, furono quelle sulla strage di Ciaculli e sul processo ai Corleonesi, svoltosi a Bari nel 1969.
Si occupò anche dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l'unico giornalista a riuscire a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella.
Ma l'inchiesta di più ampio respiro condotta da Mario Francese fu quella su un'enorme truffa ai danni della società e dello stato messa in atto dalle organizzazioni mafiose: quella che ruotò attorno alla diga del Lago di Garcia.

Mario Francese si insospettì quando Peppino Garda - un costruttore considerato affiliato alla mafia – mise in vendita in tutta fretta alcuni edifici di sua proprietà, secondo modalità non coerenti con logiche del profitto e del mercato. Il fatto che dopo la vendita il costruttore decise di mantenere un bassissimo profilo (quasi un "eremitaggio" come descritto da alcune fonti online), fece insospettire ancora di più il giornalista.
Francese osservò che i proventi della vendita degli edifici – circa 100 milioni di lire dell'epoca - furono reinvestiti immediatamente in alcuni terreni a uso pascolo nei pressi del Lago di Garcia, pagati a costi relativamente bassi.
L'acquisto dei terreni era parte di un progetto dell'organizzazione mafiosa che era a conoscenza del progetto della diga, e del fatto che lo stato avrebbe espropriato quei terreni per costruire l'infrastruttura sul lago. E come Mario Francese scoprì successivamente, Cosa Nostra sapeva anche che, secondo la legge, lo stato avrebbe pagato cifre altissime ai proprietari dei terreni nel caso in cui questi fossero stati coltivati a vite.
E infatti Francese osservò per primo che i nuovi proprietari dei terreni, appena acquistatili, provvidero a piantarvi delle viti, realizzando quindi, qualche anno dopo, un profitto altissimo a danno dello stato e dei vecchi proprietari, ignari di tutto.
Dai circa 100 milioni investiti, le organizzazioni mafiose ottennero un profitto pari a quasi un terzo dei 17 miliardi stanziati dallo Stato per la costruzione della diga.
Il lavoro di Francese su questa vicenda e quello su altre storie, compresi vari omicidi, lo mise nel mirino della mafia e la sera del 26 gennaio 1979, ad appena 54 anni, venne assassinato a colpi di pistola da Leoluca Bagarella a Palermo, davanti a casa sua.

Inizialmente la sua morte venne derubricata come un fatto le cui ragioni si sarebbero dovute ricercare nella vita privata di Francese. Si parlò addirittura di un delitto passionale.
Ma fu anche grazie al lavoro di Giuseppe Francese, figlio di Mario - diventato giornalista come il padre - che oltre 20 anni dopo sono stati condannati per l'omicidio Leoluca Bagarella, Totò Riina, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano.
Giuseppe Francese passò infatti la sua vita mantenendo vivo il ricordo del padre, ucciso quando era ancora bambino.
Raccolse tutti i suoi articoli, le sue inchieste e le sue interviste in un archivio rigoroso, poi consegnato ai magistrati. E lui stesso lavorò a inchieste proprio sull'assassinio di Mario Francese.
E pochi mesi dopo la condanna dell'esecutore e dei mandanti dell'omicidio, avvenuta anche grazie al suo lavoro, a soli 36 anni Giuseppe Francese si è tolto la vita. Una vita segnata indelebilmente dalla morte del padre, un fatto che ha fatto anche di lui, Giuseppe Francese, una vittima di mafia.




