I leader di Stati Uniti e Israele hanno presentato alla Casa Bianca un piano di pace che, nelle intenzioni, dovrebbe porre fine immediata alle ostilità nella Striscia di Gaza.
Il progetto prevede che Hamas liberi tutti gli ostaggi israeliani – vivi e morti – in cambio della scarcerazione di 250 detenuti e 1.700 cittadini palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre 2023.
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Il presidente americano ha parlato della nascita di un “Board of Peace”, un consiglio internazionale incaricato di vigilare sulla transizione. A guidarlo dovrebbe essere lo stesso Trump, affiancato da altri leader mondiali, tra cui l’ex premier britannico Tony Blair.
Parallelamente, la Striscia sarebbe affidata a un comitato palestinese con il compito di gestire i servizi essenziali, sotto stretta supervisione esterna.
Netanyahu, però, ha abbinato al piano un ultimatum: se Hamas dovesse respingere la proposta, Israele avrebbe – parole sue – il “pieno appoggio degli Stati Uniti” per “completare il lavoro” di annientamento del movimento islamista. Un messaggio che mette in discussione la reale portata di questa apertura diplomatica.
Alla vigilia del vertice, i mediatori del Qatar si erano detti fiduciosi sulla possibilità di persuadere Hamas, ma i commenti seguiti all’incontro sono stati più cauti: alcuni osservatori parlano di “accordo annacquato”, troppo condizionato dalle minacce incrociate e dalle resistenze degli attori in campo.
Hamas, dal canto suo, ha già espresso la sua netta contrarietà a una amministrazione controllata, per cui sul futuro di Gaza restano parecchie incognite: può davvero un organismo internazionale guidato da Washington e Londra gestire la Striscia senza legittimazione interna? Lo abbiamo chiesto al giornalista Giampiero Gramaglia.
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