Al palazzo di vetro di New York è stato il giorno di Donald Trump: di fronte all’80ma Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente statunitense ha rivendicato di aver messo fine a “sette guerre interminabili in sette mesi”, accusando l’ONU di non avergli mai riconosciuto il merito.
Ma la sorpresa è arrivata subito dopo: Trump ha chiesto che la NATO abbatta i droni russi che violano lo spazio aereo e ha sostenuto che Kiev debba riconquistare tutti i territori occupati. Una svolta improvvisa, che contrasta con le precedenti posizioni favorevoli a un compromesso con il Cremlino.
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Sul fronte mediorientale, intanto, si allarga il numero dei Paesi che riconoscono ufficialmente lo Stato di Palestina: Regno Unito, Francia, Canada, Portogallo e Australia si sono aggiunti al gruppo, portando il totale a 157 Stati membri dell’ONU.
Il primo ministro Anthony Albanese ha ribadito l’impegno per la soluzione dei due Stati, definita “l’unica via per una pace duratura”, e ha affermato di riconoscere Mahmoud Abbas come capo di Stato palestinese.
Il mondo sembra anestetizzato dalle parole di TrumpGiampiero Gramaglia
Il governo di Canberra ha anche aggiunto che i primi passi concreti saranno l’aggiornamento dei documenti ufficiali e la sostituzione della dicitura “Territori palestinesi occupati” con “Stato di Palestina”.
Ulteriori misure potranno includere l’apertura di ambasciate, a condizione che l’Autorità Nazionale Palestinese rispetti gli impegni assunti, ovvero elezioni democratiche e riforme nel settore educativo, oltre al riconoscimento del diritto di Israele a esistere.

Mentre Washington e Tel Aviv respingono la mossa come un “premio a Hamas”, la pressione diplomatica e dell'opinione pubblica è tale da spingere anche Paesi riluttanti come Germania e Italia a riconsiderare la propria posizione.
Ma quali sono le differenze nel modo in cui ogni Stato immagina la futura Palestina? È ancora possibile che altri Paesi si uniscano nei prossimi giorni? E infine, di fronte al muro contro muro di Stati Uniti e Israele, quali possono essere le conseguenze di questo gesto simbolico e politico?
Lo abbiamo chiesto al giornalista Giampiero Gramaglia.

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