A circa quattro settimane dal colpo di Stato che ha messo fine al governo civile del Premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, arrestata insieme ai suoi collaboratori e ministri ai primi di febbraio, il Myanmar è stato travolto da un’ondata di violenza, la più brutale dall’inizio delle proteste pacifiche.
La giornata di domenica 28 febbraio è stata il culmine di settimane che hanno visto due forze contrapposte agire in Myanmar. Da una parte un vero e proprio movimento di protesta civile contro il golpe e dall'altra le forze militari guidate dal generale Min Aung Hlaing.
Il Dipartimento degli Affari Esteri australiano ha condannato l'uso della forza definendolo "inaccettabile" e dichiarandosi "molto preoccupato per la situazione"
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Anche l’Onu ha protestato attraverso la voce del segretario generale Antonio Guterres: "Condanniamo con forza l’escalation di violenza contro i manifestanti in Myanmar e chiediamo ai militari di fermare immediatamente l’uso della forza contro i manifestanti pacifici. Siamo sconvolti dall’aumento nel numero di morti e feriti".
Per l’Europa ha parlato l’Alto rappresentante per la politica estera Josep Borrell. "La violenza non darà legittimità al rovesciamento illegale del governo democraticamente eletto. Le autorità militari devono mettere fine immediatamente all’uso della forza contro i civili e consentire alla popolazione di esprimere il proprio diritto alla libertà di espressione e di riunione". Borrell ha poi aggiunto: "L’Ue agirà presto".
Nonostante queste dichiarazioni internazionali di condanna, il giornalista Alessandro Ursic, corrispondente dal sud-est asiatico, resta scettico sull'effetto concreto che queste condanne possono produrre.
"Le reazioni sono quelle della comunità occidentale ma i vicini del sud est asiatico non hanno criticato la vicenda, la ritengono una questione interamente interna al paese birmano", ha dichiarato Ursic.
"Si possono impartire delle sanzioni ai generali o alle più alte cariche del regime, ma non a tutto il Paese, perché si è capito dai tempi in cui la Birmania era sotto un regime militare [inizi del 2000] che questo tipo di sanzioni danneggiano soltanto la popolazione".
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"I militari in Myanmar sembrano impermeabili alle pressioni internazionali", continua Ursic, "ma non credo che si possa arrivare alle situazioni che si sono verificate nel 1988 o 2007, che hanno visto delle vere e proprie stragi di migliaia di persone".
"Adesso esistono i social media, una foto o un video del genere farebbero il giro del mondo subito, però è anche vero che al momento il regime militare ha reagito come sa fare, cioè con la violenza".
Un ruolo centrale in questa vicenda potrebbe essere quello della vicina Cina, ma Ursic ritiene che sia "difficile che agisca in favore della pace, la Cina ha un forte interesse economico e geopolitico in Myanmar".
"Ci sono gasdotti ed oleodotti che dal mare dell'ex Birmania arrivano in Cina, quindi possiamo aspettarci che il governo di Pechino voglia aiutare nel trovare un assetto che consenta al Myanmar un equilibrio, ma non lo farà con lo scopo di condannare il golpe, bensì per un suo interesse economico".
Ascolta l'intervento di Alessandro Ursic:
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