Si sono concluse le elezioni presidenziali in Brasile, con la vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva, che per la terza volta salirà a Planalto in qualità di presidente.
Lula, che ha sconfitto Jair Bolsonaro (il primo presidente uscente a non essere rieletto nella storia democratica del Brasile), ha vinto le elezioni presidenziali probabilmente più polarizzate della storia del Paese.
Il candidato del Partito dos Trabajadores (PT, il partito dei Lavoratori) ha ottenuto il più alto numero di voti nella storia repubblicana, raccogliendo il consenso di 59.596.247 di brasiliani, contro i quasi 57 milioni del suo avversario Jair Bolsonaro.
Questo divario (50,83% contro il 49,17%) è anche il margine più risicato nella storia brasiliana.
Per vincere le elezioni, Lula ha costruito un’alleanza politico-elettorale enorme, includendo una quantità di figure politiche che erano stati tradizionali avversari della sinistra, su tutti l’ex leader del partito di centro-destra PSDB (Partito Social Democratico Brasiliano) Geraldo Alkmin, che nel 2006 era stato avversario diretto di Lula alle presidenziali e che oggi è il suo vice-presidente.

Il Paese del jeitinho, cioè quella caratteristica brasiliana di rifiuto dell’estremismo, di attitudine all’accordo, di una morbidezza del linguaggio che da sempre è pietra miliare dell'identità brasiliana, sembra caduto in un'atmosfera cupa di guerra civile.
Lula, che negli anni passati era stato al centro di un'inchiesta che lo aveva portato ad essere imprigionato, tornerà a capo di un Paese dilaniato da un'economia fiacca, schiacciato da un debito pubblico smisurato e soprattutto in una fase di profondo cambiamento.
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Lula, che dovrebbe insediarsi a Planalto dal 1 gennaio 2023, non è ancora stato riconosciuto da Jair Bolsonaro, il quale deve ancora ammettere ufficialmente la sua sconfitta.
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