Dai funerali di Ali Khamenei ai negoziati tra Israele e Libano che si terranno a Roma, passando per le tensioni tra Israele e Turchia e gli ultimi sviluppi a Gaza. Il punto della situazione con Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto da Gerusalemme.
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In Iran sono iniziati sabato scorso i sei giorni di funerali di Ali Khamenei dove decine di migliaia di persone hanno già reso omaggio alla salma della Guida Suprema nella Grande Moschea di Teheran e, nei prossimi giorni, sono attesi milioni di partecipanti.
Attraverso questi funerali l'Iran ha voluto dimostrare che il Paese è compatto e che la Repubblica Islamica continua a godere del sostegno di una parte significativa della popolazioneMichele Giorgio, giornalista e corrispondente de Il Manifesto da Gerusalemme
Ad attirare l'attenzione degli osservatori è stata soprattutto l'assenza del nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, figlio di Ali, che non è mai apparso in pubblico durante le celebrazioni.
"Non sappiamo con certezza quale sia la ragione della sua assenza", ha commentato Giorgio. "Secondo alcune fonti potrebbe essere ancora ferito dopo gli attacchi israeliani, mentre altre parlano di una scelta dettata esclusivamente da motivi di sicurezza, per il timore di nuovi attentati", ha aggiunto.
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Sul fronte diplomatico, il 15 e 16 luglio Roma ospiterà un nuovo round di negoziati tra Israele e Libano.
Per Giorgio il dato più significativo non è tanto la prospettiva di una svolta immediata, quanto il fatto stesso che il dialogo prosegua.
"I dubbi sulla possibilità di risultati concreti restano forti. Israele ha già ottenuto buona parte di ciò che cercava, mentre continua a subordinare qualsiasi ulteriore passo al disarmo di Hezbollah, un obiettivo che al momento appare molto difficile da realizzare", ha spiegato Giorgio.
Dopo aver analizzato le dure dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu contro il presidente turco Erdoğan, Giorgio ha commentato anche l'annuncio di Hamas sullo scioglimento dell'organismo che governava la Striscia di Gaza.
È un segnale di disponibilità al dialogo più che una svolta concreta, Hamas vuole mostrarsi aperta ai negoziati, ma il vero nodo resta il disarmo dell'organizzazioneMichele Giorgio
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