Il professore di Finanza della UNSW Massimiliano Tani critica la decisione della RBA di continuare ad aumentare i tassi d'interesse, "perché continuano a bastonare la classe media e non guardano ai profitti delle grandi imprese".
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Martedì la Governatrice della Banca Centrale Australiana Michele Bullock ha dichiarato, in occasione di un evento di beneficenza a Sydney, che, sebbene vi fossero segnali che l'inflazione non fosse aumentata quanto temuto a seguito dell'impennata dei prezzi del petrolio, rimane comunque troppo elevata.
A febbraio di quest'anno, la Banca Centrale aveva aumentato i tassi di interesse adducendo questa decisione all'aumento dell'inflazione registrato negli ultimi sei mesi dello scorso anno, di cui si temeva un aumento fuori controllo.
Nonostante questo, economisti come Greg Jericho e David Richardson già al tempo dimostravano come l'aumento dell'inflazione fosse in realtà stato spinto soprattutto dall'incremento degli utili delle grandi aziende.
L'ultimo rapporto annuale dell'OCSE sull'occupazione conferma la tesi di Greg Jericho: sono stati i profitti la causa principale dell’inflazione nel 2022.
Questo ciclo va rotto, visto che l'Australia è il Paese in cui questo fenomeno è il peggiore in tutti i quasi trenta paesi dell'OCSE, che sono tutte economie a reddito alto oppure medio alto.Massimiliano Tani
"L'Australia è il Paese in cui gli imprenditori riescono ad avere più utili e profitti aumentando i prezzi, e la Banca centrale vede le due cose completamente diverse, lasciando i benefici al settore imprenditoriale e colpendo la classe media con gli aumenti dei tassi", ha spiegato il professor Massimiliano Tani, docente alla UNSW di Canberra.
"Uno si augura che quanto prima ci sia anche una correzione da parte della Banca centrale, che dica le cose come stanno, ossia che il problema principale dell'Australia è la mancanza di competizione che fa sì che gli imprenditori possano sostanzialmente cambiare i prezzi, senza avere assolutamente conseguenze", ha commentato Tani.
Intanto Donald Trump ha dichiarato di voler tornare alla carica con i dazi: ad essere colpito duramente sarebbe in questa occasione il Canada, che a partire dal mese prossimo potrebbe dover far fronte a tariffe fino al 50% su prodotti quali vino, cosmetici, e addirittura parrucche e bastoni da hockey, in risposta alle restrizioni canadesi su alcune importazioni statunitensi.
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"Anche se in precedenza la magistratura americana aveva buttato dalla finestra questa politica dei dazi, Trump ci riprova come se fosse una partita di poker", ha commentato Tani, "i singoli Paesi dovranno fare ricorso, ma fino a quando i ricorsi non ci sono, le tariffe vengono messe e devono essere pagate", ha spiegato.
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