In Australia, uno dei pochi Paesi ad alto reddito che non garantisce un pasto gratuito a scuola ai bambini, il tema delle mense scolastiche è tornato al centro del dibattito pubblico.
A rilanciare la discussione è stata la campagna School Food Matters, attiva in Tasmania, che fornisce circa 21.500 pasti gratuiti in 60 scuole pubbliche al costo di circa 10 dollari l'uno.
Il programma not-for-profit è stato fondato nel 2020 da Julie Dunbabin, secondo cui il progetto avrebbe già prodotto miglioramenti nel comportamento degli studenti, nella frequenza scolastica e anche nelle relazioni sociali tra bambini. L’obiettivo ora sarebbe espandere il modello a livello nazionale.
Allo stesso tempo i dati sulla povertà alimentare stanno diventando molto preoccupanti, secondo una nuova ricerca della The Salvation Army, pubblicata in occasione della campagna Red Shield Appeal lanciata il 5 maggio e basata su interviste con 4.421 persone che si sono rivolte all'organizzazione per ricevere assistenza economica d’emergenza.
Il 22% dei genitori intervistati ha detto che i propri figli sono rimasti senza cibo per un’intera giornata almeno una volta negli ultimi 12 mesi.
La nutrizionista Daniela Mattiace ha ricordato quanto l’alimentazione sia centrale nello sviluppo infantile: “Un’alimentazione adeguata in questa fase influisce sia sullo sviluppo cognitivo sia sul rischio di sviluppare patologie da adulti”.
Secondo Mattiace, un pasto equilibrato aiuta ad avere “energia più costante, migliore attenzione e migliore performance scolastica”.
Molti interventi hanno evidenziato il contrasto tra il modello australiano della lunch box e quello italiano della mensa scolastica.
Lara, mamma arrivata in Australia dopo alcuni anni di scuola frequentati dalla figlia in Italia, a Bologna, ha raccontato il passaggio come “una tragedia” sottolineando come la bambina “volesse mangiare roba calda, giustamente”, ricordando i menù italiani con “risotto, tortellini in brodo, scaloppine con le verdure” consumati seduti a tavola.
Secondo Lara, in Australia i più piccoli tornano a casa “col panino dentro la borsa, perché nessuno controlla se mangiano”.
Anche Valerio, padre di quattro figli, vede nella mensa “all’italiana” un’occasione educativa oltre che pratica. “I bambini devono imparare a star seduti a tavola a mangiare”, ha commentato.
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Secondo altri genitori, preparare la lunch box permette di avere il controllo diretto sulla qualità del cibo.
"So cosa mangia, so quanto mangia”, ha spiegato Alessandro, papà di una bambina che attualmente frequenta Prep, l'anno che precede la prima elementare.
Pur riconoscendo la fatica quotidiana dell’organizzazione familiare, teme che un sistema standardizzato possa non rispettare le esigenze dei bambini.
Anche Fabrizio ha espresso dubbi sugli “standard australiani”, citando menù scolastici composti di “hot dog, pie o sausage”.
Tra nostalgia della mensa italiana e pragmatismo australiano, il dibattito resta aperto, ma una cosa sembra accomunare tutti gli interventi: il cibo a scuola non è solo nutrizione, ma anche educazione, socialità e disuguaglianza sociale.
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