Forte della propria lunga esperienza come infermiera professionale, Milena Pinamonti ha iniziato a lavorare presso alcune comunità indigene del Northern Territory nel 2020: una nuova sfida professionale che continua ad arricchirla.
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Mentre si celebra NAIDOC week, cinquantesima settimana dedicata alla celebrazione della storia, della cultura e dei successi dei popoli aborigeni e degli isolani dello Stretto di Torres, rivolgiamo lo sguardo verso le comunità indigene più remote.
Milena Pinamonti, infermiera professionale immigrata in Australia negli anni '90, da cinque anni circa lavora periodicamente in alcune di queste comunità del Northern Territory.
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Grazie a questa esperienza, ci racconta, ha conosciuto meglio la cultura di alcuni centri aborigeni, dove continua a tornare regolarmente, e ha toccato con mano gli effetti della Storia sulla salute delle persone.
Dopo aver lavorato per decenni come infermiera, prima in Italia, Etiopia e Somalia e poi a Melbourne, Milena ha frequentato alcuni corsi di aggiornamento per approfondire la conoscenza delle specificità culturali dei pazienti indigeni. In seguito, ha iniziato a lavorare periodicamente in alcune comunità remote.
"Nel 2021 ho fatto otto settimane in questo posto che si chiama Mutitjulu, che è proprio a fianco a Uluru. Sono stata lì otto settimane, è stato difficile perché era durante il Covid, però è stata un'esperienza molto positiva e da allora ho sempre cercato di lavorare dalle quattro alle otto settimane ogni anno, fino all'anno scorso quando ho cominciato ad avere, diciamo, lavoro un pochino più flessibile", racconta a SBS Italian.
Si parla spesso delle disparità che persistono, dal punto di vista della salute, tra popolazioni indigene e popolazioni non indigene in Australia, in particolare nelle comunità remote.
Le distanze geografiche rendono più complesso l'accesso alle cure. Milena fa l'esempio di Santa Teresa (Ltyentye Apurte, nel NT): "in quella comunità, quando c'è qualcuno che deve andare in ospedale, lo devi trasportare con l'ambulanza; sono 80 km, però non c'è asfalto, quindi ci vuole un'oretta, un'oretta e mezza per arrivare".
"Negli altri posti il trasporto viene fatto tramite aereo, che è tramite RDFS, Royal Flying Doctor Service, o CareFlight. Quello che succede è che tu vedi la persona, se c'è un'emergenza, e poi sei in contatto con dei medici specialistici che determinano per telefono... se la persona ha bisogno di essere trasportata in ospedale o puoi fornire delle cure, dei trattamenti in comunità, e poi, se devono essere trasportati, organizzano i voli e vengono trasportati in ospedale".
Per alcuni pazienti l'inglese può essere la seconda, o anche terza o quarta lingua. Milena spiega che c'è un servizio di interpretariato per facilitare le conversazioni tra personale medico e pazienti: "la nuova generazione parla inglese, ma ho visto delle persone, specialmente su a East Arnhem Land, che non parlano inglese, si ricordano quando i bianchi sono arrivati per la prima volta".
Milena sottolinea che questa esperienza di lavoro nelle comunità remote le ha messo davanti agli occhi l'impatto duraturo delle politiche che in passato hanno portato alle cosiddette "generazioni rubate", ovvero i bambini e le bambine che erano stati sottratti alle proprie famiglie indigene, strappandole al loro contesto familiare e identitario, ma anche di politiche più recenti come l'intervention del governo Howard.

"Quando per anni ti hanno detto che non vali niente, che non sei utile alla società, c'è quel senso di hopelessness, quel senso di non valere, che tu vali meno degli altri".
Col tempo Milena ha cominciato a vedere con piacere che anche tra il personale medico ci sono più persone indigene, ma riconosce che il percorso per accedere a questo settore per chi viene dalle comunità remote è tutto in salita.
Nel frattempo, continua a prestare servizio per periodi più o meno brevi, felice di poter dare un piccolo contributo.
"Fino a che posso continuerò a farlo. Mi piace molto e mi piace professionalmente. Incontro persone che non incontrerei mai nella mia vita".
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