Il comune di Strathfield, a Sydney, ha approvato una mozione che chiede che l’inglese sia riportato “in modo chiaro e ben visibile” sulle insegne che utilizzano anche altre lingue. La misura, tuttavia, non costituisce ancora un obbligo vincolante per le attività locali. Abbiamo chiesto ai nostri ascoltatori cosa ne pensano.
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Lo scorso mese, il consiglio comunale di Strathfield, nell’Inner West di Sydney, dove oltre il 70% delle famiglie parla a casa una lingua diversa dall’inglese, ha approvato una mozione per chiedere che le insegne delle attività locali riportino l’inglese "in modo chiaro e ben visibile".
Esther Kim, la consigliera liberale che ha presentato la mozione, ha spiegato di avere preso questa decisione per promuovere l’inclusione e il multiculturalismo, in modo che tutti possano comprendere quanto scritto sulle insegne.
La mozione approvata dal consiglio di Strathfield non introduce, al momento, un obbligo giuridicamente vincolante per i commercianti. Secondo un esperto legale intervistato da SBS Chinese, si tratta infatti di una advocacy motion, cioè una mozione di indirizzo che esprime la posizione del consiglio ma non modifica automaticamente le regole urbanistiche locali.
La mozione ha però suscitato un acceso dibattito.
Ascolta il dibattito cliccando sul tasto "play" in alto a sinistra
I commercianti della zona hanno lamentato di non essere stati consultati. Il commissario australiano per la discriminazione razziale, Giridharan Sivaraman, l’ha definita una misura razzista, mentre il consigliere laburista di Strathfield, Rory Nosworthy, l’ha definita inutile.
Marina Buzzetti, dottoranda alla Monash University con esperienza nell’insegnamento dell’italiano a stranieri, invita alla cautela su questo tipo di decisioni, perché le insegne sono anche spazi che “segnalano la presenza identitaria e culturale di qualcuno”.
Secondo Federico Carucci, che vive e lavora a Strathfield, "se chiediamo a tutte le varie culture di mettere tutti i cartelli in inglese, annulliamo il multiculturalismo".
Di parere opposto è invece Fernando, che trova le insegne in lingua discriminatorie.
"Dobbiamo avere un minimo comune denominatore, altrimenti diventa impossibile la convivenza. Il minimo comune denominatore è la lingua", commenta.
Lorenzo Tron, proprietario dei ristoranti Shop225, Il Caminetto e Pronto478, ha dubbi su questa misura e si chiede: "A quale problema sta cercando di rispondere? E come facciamo a delineare qual è l’inglese e quale non è in inglese?"
Anche Michele Ciafarone, proprietario di MC Salon a Melbourne, ha dubbi sulla mozione e racconta di avere scelto appositamente un nome in inglese per la sua attività.
"Ho avuto esperienze dove avevamo scelto un nome italiano e abbiamo avuto tanti riscontri negativi", racconta.
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