Rapper, operatore sociale, allenatore di squadre di calcio giovanili, Picciotto ci racconta la sua storia, dai centri sociali di Palermo fino ai palchi più importanti d’Italia.
Classe 1983, Christian Paterniti, in arte Picciotto, oltre ad aver tenuto centinaia di concerti con la sua storica band Gente Strana Posse, si occupa di dispersione scolastica nei quartieri più difficili della sua città. “Tutto quello che faccio con e per i ragazzi è estremamente collegato alla musica - racconta a SBS -. Grazie alla musica arrivo quindici anni fa allo Zen 2, uno dei quartieri più problematici di Palermo, e mi viene chiesto da un’associazione di musica in rap alcune interviste fatte agli adolescenti. Fu un grande successo tra i ragazzi e formammo la Zenit Posse, composta da ragazzini di quindici anni, con i quali cominciai a girare l’Italia facendogli aprire i miei concerti. Da allora mi venne l’idea di inventare questi laboratori di scrittura creativa incentrati sul rap e a lavorare al contrasto della dispersione scolastica".
"Il rap portato a scuola - prosegue Picciotto - è un qualcosa che avrei voluto quando a scuola ci andavo io. Credo che la scuola pubblica sia l’ultimo presidio di possibile democrazia rimasta, anche perché è l’unico luogo nel quale venti ragazzi possano confrontarsi e dialogare guardandosi in faccia e non tramite il cellulare. In più alleno due squadre di calcio giovanili: diciamo che quelli che non attiro con la musica, li attiro con il calcio. Purtroppo spesso è un grosso problema trovare i fondi per portare a termine tutti questi progetti.”

Dopo aver vinto “Musica contro le mafie” nel 2017 con Amarcord 2.0, Picciotto ha pubblicato nel 2019 l’album teRAPia. “Ogni artista, anche se non mi piace definirmi tale, vive di alti e bassi emotivi a prescindere da quello che dicono i numerini su YouTube o Spotify. Con quest’album sono voluto uscire dalla mia zona di comfort che è il rap, cercando di produrre un disco che fatica a trovare una connotazione precisa nel mercato: non è rap, non è indie, non è rock. Ma l’incontro con Roy Paci, uno degli ospiti del disco, è stato fondamentale. Purtroppo questo Paese va molto 'a mode' e si cerca sempre di catalogare in una fetta di mercato gli album, e questo mi ha creato problemi. Non rinnego assolutamente questo lavoro, anzi ne sono orgoglioso, però mi è arrivata una bella
cantonata in faccia dal punto di vista dei risultati. Ma non fa niente: per me rappresenta una crescita rispetto al passato.”






