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Maternità a confronto: il libro di Cynthia Banham sulla storia della sua bisnonna italiana

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Un primo piano dell'autrice di "Mother Shadow". Credit: courtesy of Cynthia Banham

Una scoperta inattesa sulla bisnonna orfana ha innescato per la scrittrice italoaustraliana una lunga ricerca, che le ha fatto scoprire e rivalutare anche una parte di sé. Il libro che la racconta è Mother Shadow: A Meditation on Maternal Inheritance.


La scrittrice Cynthia Banham, a dispetto del nome anglosassone, è italiana per parte materna. Sua mamma è arrivata in Australia negli anni '50, ancora bambina, insieme ai suoi genitori.

Crescendo a stretto contatto con i nonni materni, Cynthia ha sempre saputo che la mamma di sua nonna, la bisnonna Natalina, detta Lina, era orfana. Ma solo da adulta è incappata in una serie di documenti ereditati da una famiglia, tra cui un certificato di nascita di Lina.

Lì c'era scritto che era cresciuta in un brefotrofio, ovvero uno degli istituti che accoglievano bambini e bambine non orfani, ma abbandonati dai propri genitori.

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"Questo è il 'Libro dei battesimi segreti', nel quale nel XIX secolo venivano registrati i battesimi dei bambini illegittimi; è qui che ho trovato il nome della madre di Natalina, presso l'archivio parrocchiale di San Giovanni in Persiceto". Credit: courtesy of Cynthia Banham

"In quel momento, mi si è rivelato un lato completamente nuovo della nostra famiglia e della nostra storia, perché ho capito che i suoi genitori non erano morti come avevo creduto, che lei aveva una madre, una madre che, per ragioni a me sconosciute, era stata costretta a darla in affidamento a una famiglia", spiega Cynthia Benham al microfono di SBS Italian.

Questa rivelazione colpì fortemente Cynthia, suscitando in lei un senso di delusione nei confronti di questa trisavola che aveva abbandonato la propria bambina. Una reazione che ha colto di sorpresa la stessa Cynthia, che ora, ci racconta, quasi se ne vergogna.

"In quel momento, l'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che avesse abbandonato sua figlia", ricorda, "Ho solo pensato a questa bambina rimasta senza madre e a quanto sarebbe stato terribile crescere senza l'amore di una madre".

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La copertina del libro. Credit: courtesy of Cynthia Banham

Analizzando questa sua reazione a posteriori, Banham ha realizzato che probabilmente nasceva dalla propria esperienza di maternità, radicalmente differente da quella della sua antenata. Una maternità, nel caso di Cynthia, fortemente voluta e anzi percepita quasi come un miracolo.

Prima di diventare madre, Cynthia Banham lavorava come giornalista e corrispondente per The Sydney Morning Herald quando, nel 2007, venne coinvolta in un grave incidente aereo in Indonesia, in cui morirono 21 persone.

Cynthia, che aveva 34 anni all'epoca, riportò gravi ferite e dovette subire l'amputazione di entrambe le gambe. "Una delle prime domande che ho posto alla mia dottoressa, quando mi sono risvegliata dal coma in cui ero rimasta per una settimana, è stata: 'Potrò avere figli?'".

Anni dopo, quando Banham era ormai diventata mamma, cercare informazioni sulle origini di nonna Lina è diventata una missione.

Studiando l'epoca in cui si svolsero i fatti, Cynthia scoprì che non era affatto raro che, sul finire dell'Ottocento, le donne che rimanevano incinte prima del matrimonio dovessero abbandonare i propri figli. Lo stigma nei loro confronti era molto forte, e spesso non avevano mezzi per sostentarsi e tantomeno per occuparsi dei loro piccoli.

Abbandonandoli nei brefotrofi, molte lasciavano degli oggetti tra le fasce dei bimbi, nella speranza che in futuro magari avrebbero potuto ritrovarli.

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"Questo è l'armadio, originariamente situato presso l'orfanotrofio e ora conservato presso l'Archivio Storico Provinciale di Bologna, pieno dei medaglioni che le madri che abbandonavano i propri figli lasciavano nascosti nelle loro fasce... sono ordinati per anno". Credit: courtesy of Cynthia Banham

Cynthia racconta che a Bologna, negli archivi, le è stato mostrato un armadio pieno di medaglioni spezzati, oggetti che purtroppo non aiutarono le donne a riunirsi ai propri figli, ma che ancora oggi ricordano la tragicità di quella che per molte di loro fu una scelta obbligata e probabilmente sofferta.

"L'armadio ne era letteralmente pieno, dovevano essere almeno un migliaio. Metà medaglioni, ma non solo: c'erano carte da gioco, pezzi di nastro e, insomma, tutti questi piccoli oggetti che ovviamente significavano qualcosa per la madre", racconta Banham.

"È stato proprio in quel momento che ho capito il dolore delle madri che avevano dovuto lasciare i propri figli. Quelle madri non volevano lasciare i loro bambini, non avevano scelta e conservavano nel cuore la speranza che un giorno sarebbero tornate a prendere il bambino".

Oltre a raccontare la sua ricerca sulla storia della sua antenata, Cynthia racconta nel suo libro anche le riflessioni innescate in lei sul suo percorso di madre, fortemente segnato dalla sua disabilità.

"La madre di Natalina aveva fatto del suo meglio. Aveva dato via la bambina perché pensava che quello fosse il modo per garantirle un futuro e tenerla al sicuro, e ho iniziato a tracciare un parallelo", spiega la scrittrice.

"Ho visto un'analogia con me stessa come madre, perché, nel crescere mio figlio, ero su una sedia a rotelle, indosso delle protesi alle gambe. Non avrei mai potuto essere la madre che avrei voluto essere per mio figlio e, per quanto lo desiderassi e lo amassi, provavo un terribile senso di inadeguatezza, soprattutto quando era molto piccolo".

Le donne sono molto severe con se stesse e spesso anche con le altre per quanto riguarda il loro modo di essere madri
Cynthia Banham

Col tempo Cynthia ha capito che, nonostante la disabilità, anche lei ha trovato un suo modo di essere madre, non il modo che aveva sognato, forse, ma altrettanto bello e intenso.

Un giorno suo figlio le ha chiesto che cosa le piaceva dell'essere in una sedia a rotelle, una domanda a cui istintivamente avrebbe risposto 'nulla', ma il suo punto di vista le ha fatto cambiare idea.

"Mi sono ricordata che, fin da quando era ancora un bebé e riusciva appena a stare seduto, si sedeva sulla mia sedia a rotelle tra le mie gambe e giravamo per casa. Oppure, se eravamo fuori e mio marito mi spingeva sulla sedia a rotelle, andavamo in giro così, insieme. In realtà non avevamo bisogno di un passeggino per lui, e questo ci ha regalato un’incredibile intimità".

Attraverso il percorso di ricerca sulla sua trisavola, Banham ha avuto modo di riflettere sulla necessità di uno sguardo più indulgente nei confronti della maternità.

"La compassione e il perdono sono davvero ciò di cui c'è bisogno e ciò di cui avevo bisogno nella mia vita. Ne avevo bisogno nei confronti di me stessa come madre, perché [non averne] mi impediva in qualche modo di rendermi conto che mio figlio mi amava semplicemente per quella che ero, e per la madre che sono".

Per maggiori informazioni visitate il sito di Cynthia Banham.

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