Giampiero Pallotta, all'età di 14 anni, lavorava presso un calzaturificio dopo le lezioni alla scuola di ragioneria, occupandosi di applicare il mastice alle suole. A 20 anni, sempre nella stessa azienda, divenne ragioniere e iniziò a viaggiare partecipando a fiere dedicate al settore calzaturiero, arrivando persino a visitare New York in due occasioni.
Tuttavia, nel 1978, durante il periodo del sequestro di Aldo Moro, considerò l'Italia un paese inadatto per far crescere i propri figli. Colse quindi l'occasione di una promozione offerta dal governo del Victoria per fare domanda per il visto. Dopo due anni la richiesta venne accettata e si tresferì in Australia con moglie e quattro figli, diventati cinque dopo il suo arrivo.

Tutti i miei figli e i miei nipoti parlano l'italiano.Giampiero Pallotta.
"Quando sono arrivato mi sono adattato subito, a parte la lingua", racconta a SBS Italian al microfono di Luisa Perugini.
“Avevo problemi nel capire quando la gente mi parlava, così chiedevo che mi scrivessero cosa volevano e, avendo studiato l’inglese a scuola, capivo e rispondevo a voce”.
Anche l'Australia offrì a Pallotta l'opportunità di rientrare nel settore delle calzature.
"Per l'importazione di scarpe per ciclisti in Australia c'era un dazio doganale di 40 dollari per ogni paio. Così, grazie alla collaborazione con un negozio di biciclette, abbiamo stretto un accordo con un calzaturificio italiano specializzato. Importavamo le singole componenti e assemblavamo le scarpe direttamente in Australia, riducendo così i costi legati ai dazi doganali".
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L'impegno nel ciclismo e nel settore delle calzature diede a Pallotta l'opportunità di tornare in Italia ben 18 volte.
"Durante una lunga vacanza in Italia, non sono riuscito a rinnovare la patente in cinque mesi. Tornato in Australia con la patente scaduta, sono andato al Motor Register alle 9 e alle 9.15 ero già fuori con la patente rinnovata".
Questo, però, non ha intaccato il suo affetto per la terra d'origine, che continua a considerare come una madre.
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