Domenica 31 agosto migliaia di persone hanno sfilato nelle principali città australiane nella cosiddetta March for Australia, una mobilitazione promossa da frange di estrema destra, da gruppi neonazisti e da movimenti sovranisti contro quella che hanno definito “immigrazione di massa”.
A Sydney si sono contati circa 15.000 partecipanti, altre migliaia ad Adelaide, Brisbane e Melbourne, dove non sono mancati momenti di tensione con le contromanifestazioni pro Palestina e antifasciste. In alcuni casi la polizia è intervenuta con spray urticanti e proiettili di gomma.
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Per Matteo Vergani, professore associato alla Deakin University ed esperto di crimini d’odio, la giornata ha rappresentato un campanello d’allarme.
“Il bilancio è di tensioni elevate, con arresti e feriti, e mostra una polarizzazione crescente sul tema dell’immigrazione e dell’identità nazionale. La narrativa anti-immigrazione ha trovato spazio perché i problemi reali della popolazione – inflazione, carovita, costo delle case – non ricevono risposte politiche adeguate”, ha spiegato.
Il fenomeno è monitorato dalle autorità, ma il rischio è la normalizzazione di retoriche estremisteMateo Vergani
Secondo Vergani, la protesta si inserisce in una dinamica internazionale. “Le destre radicali stanno vivendo un momento di crescita e si spostano sempre più verso il mainstream", ha affermato.
"Anche in Australia assistiamo alla diffusione di slogan che richiamano alla ‘difesa della nazione’ o alla ‘tradizione’, spesso eufemismi per discorsi legati alla razza”.

Le autorità seguono con attenzione il fenomeno, temendo derive violente, soprattutto dopo l’attacco di Christchurch del 2019 che ha fatto emergere i legami tra suprematisti bianchi e radicalizzazione online.
“Il fenomeno è monitorato da vicino, le intelligence lo considerano a rischio – sottolinea Vergani – ma bisogna distinguere: la maggioranza dei partecipanti non appartiene a gruppi organizzati. Tuttavia la normalizzazione di simboli e retoriche neonaziste resta un pericolo reale”.
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