L’alluvione lampo tra Nepal e Tibet ha provocato centinaia di vittime e oltre un migliaio di dispersi. Secondo Lorenzo Lamperti, il rischio dell’area era noto, ma sarebbe stato difficile prevedere un evento di questa portata.
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Almeno 469 persone sono morte e oltre un migliaio risultano ancora disperse dopo le devastanti inondazioni di acqua, fango e detriti che mercoledì 26 agosto hanno colpito i villaggi del distretto di Nuwakot, al confine tra Nepal e Tibet.
Oltre 1.400 persone, tra residenti e turisti stranieri, risultano ancora disperse tra fango e detriti. Tra loro figurano anche 39 cittadini australiani e tre italiani ancora irreperibili.
Secondo le immagini satellitari, le inondazioni sarebbero state provocate dal collasso di una porzione di ghiacciaio himalayano, che ha riversato grandi quantità di ghiaccio, rocce e detriti nel fiume sottostante, generando un’onda di piena devastante.
L’evento si è verificato in un territorio caratterizzato da valli molto ripide e gole strette, noto per la sua fragilità e per l’elevato rischio idrogeologico.
“Non si può parlare di una tragedia avvenuta in un territorio considerato sicuro”, ha commentato Lorenzo Lamperti, giornalista e direttore della piattaforma online indipendente China Files.
Lamperti ha però aggiunto che “era molto più difficile prevedere il momento esatto di un collasso di questa gravità”.
Eventi di questo tipo possono svilupparsi molto rapidamente e combinare ghiaccio, roccia, acqua e sedimenti e dunque il margine di preavviso può ridursi davvero molto, arrivare a pochi minuti.Lorenzo Lamperti
Sebbene le autorità nepalesi avessero già messo in campo alcuni sistemi di prevenzione e monitoraggio, la copertura resta disomogenea e i sensori, da soli, non sono sufficienti senza un sistema di comunicazione efficace.
In un’area transfrontaliera come quella di Gyirong, importante punto di collegamento tra Nepal e Tibet, la condivisione tempestiva delle informazioni è resa ancora più complessa dalla geografia e dalle differenze tra i sistemi dei due Paesi.
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In questa prima fase, le priorità restano la ricerca dei dispersi, l’evacuazione delle aree a rischio e il ripristino delle principali vie di comunicazione. Le operazioni sono complicate dai danni a strade, ponti e infrastrutture, mentre resta il timore di nuove ondate di piena.
Kathmandu ha chiesto assistenza internazionale, mentre Pechino ha mobilitato soccorsi e risorse sul versante tibetano.
Secondo Lamperti, “nessuno dei Paesi coinvolti possiede da solo tutti i dati e gli strumenti necessari: la cooperazione non è soltanto una questione diplomatica, ma una necessità pratica”.
La gestione dell’emergenza potrebbe quindi diventare un importante banco di prova per la cooperazione tra Nepal e Cina, soprattutto nella condivisione delle informazioni, nel coordinamento dei soccorsi e nella ricostruzione delle infrastrutture di confine.
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