Mentre continua a crescere il bilancio delle vittime dell’inondazione al confine tra Nepal e Tibet, le operazioni di soccorso restano ostacolate da numerose difficoltà e le condizioni di vita delle popolazioni locali si fanno sempre più precarie.
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Continua a crescere il bilancio delle vittime dell’inondazione che mercoledì 26 agosto ha colpito alcuni villaggi al confine tra Nepal e Tibet, in seguito al crollo di una porzione di ghiacciaio che ha trascinato a valle una miscela letale di ghiaccio, acqua e rocce.
Al momento, oltre 800 persone hanno perso la vita e circa 3.000 risultano disperse.
"Un terzo dei dispersi sono operai degli impianti elettrici, più che turisti e viaggiatori", spiega il giornalista ed esperto del subcontinente indiano Carlo Pizzati.
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È ora una corsa contro il tempo per salvare il maggior numero possibile di dispersi, tra cui 43 cittadini australiani e tre italiani, ma Pizzati spiega che le operazioni sono complicate dal maltempo, dall’assenza di elettricità e dalla mancanza di collegamenti logistici.
Sono inoltre sempre più numerose le testimonianze degli abitanti delle zone colpite, che descrivono condizioni invivibili.
Si tratta di gente di montagna che è abituata alla vita dura. Eppure, nonostante questo, stanno affrontando una sfida difficilissima anche per loro.Carlo Pizzati, giornalista
E tra i dispersi figurano anche numerosi pellegrini indiani diretti o di ritorno dal Monte Kailash, in Tibet, luogo sacro ma anche di valenza geopolitica, in quanto l’accesso allo stesso dipende dalla cooperazione tra Cina e India.
"Penso che sia ora nell’interesse di tutti, quindi sia degli indiani che dei cinesi, far sì che si riapra il valico quanto prima e quindi aiutare anche le popolazioni locali", spiega Pizzati.
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