Nella giornata di sabato 20 gennaio a Tel Aviv sono state migliaia le persone a sfilare contro il governo, incapace secondo loro di gestire la sicurezza del Paese dall’attacco del 7 ottobre scorso ad oggi, quando ancora circa 130 ostaggi sono nelle mani di Hamas e altre organizzazioni islamiche.
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Secondo il corrispondente per il Medio oriente e giornalista de Il Manifesto Michele Giorgio, i manifestanti "rappresentano una porzione minoritaria della popolazione israeliana che largamente rimane favorevole a proseguire il conflitto".
Sono invece, secondo Giorgio, le diverse visioni all'interno del governo stesso che potrebbero portare instabilità e addirittura a farlo cadere, ma "non in tempi stretti".
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha negato possa esistere uno stato palestinese fino a quando sarà alla guida di Israele, contraddicendo il presidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Con oltre 25.000 vittime registrate a Gaza dall'inizio del conflitto, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha descritto le violenze nella Striscia come “strazianti e inaccettabili”.
"L'estensione del conflitto di Gaza resta possibile", afferma Michele Giorgio, con le tensioni che rimangono alte nel mar Rosso e l'attacco attribuito ad Israele a Damasco che ha colpito il vertice dell'intelligence dei Guardiani della rivoluzione.
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