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Soprannomi e identità: come le comunità conservano la memoria attraverso i nomi

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Manifesti funebri della città di Ercolano, tra Napoli e Sorrento, il 4 ottobre 2025, a Napoli, Italia. Credit: Richard Baker/In Pictures via Getty Images

Dai soprannomi di paese ai nomi riportati sui manifesti funebri, la lingua conserva tracce profonde della memoria collettiva. La linguista Francesca Dovetto esplora il ruolo di queste forme di identificazione nelle comunità italiane e il modo in cui raccontano legami sociali, mestieri, tradizioni e identità destinate a trasformarsi nel tempo.


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By Andrea Borghese

Source: SBS


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Dai soprannomi di paese ai nomi riportati sui manifesti funebri, la lingua conserva tracce profonde della memoria collettiva. La linguista Francesca Dovetto esplora il ruolo di queste forme di identificazione nelle comunità italiane e il modo in cui raccontano legami sociali, mestieri, tradizioni e identità destinate a trasformarsi nel tempo.


A prima vista, un soprannome di paese o un manifesto funebre affisso a un muro possono sembrare semplici dettagli di costume locale. In realtà, rappresentano una parte importante del patrimonio culturale italiano.

Sarà proprio questo il tema dell’incontro “Ci chiamavano così”, che avrà luogo mercoledì 19 agosto alle 18:30 alla University of Sydney, organizzato dalla Dante Alighieri Society. La conferenza sarà tenuta dalla professoressa Francesca Dovetto, ordinaria di Glottologia e Linguistica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.

“I soprannomi sono dati alle persone dalla comunità ristretta alla quale appartengono”, afferma la professoressa Dovetto. “Vengono scelti dei tratti molto significativi che restano quindi nella memoria collettiva ed evidenziano l’esistenza di una cerchia ristretta in un mondo che si va sempre più allargando.”

Alcuni dei soprannomi riportati sui manifesti funebri possono sembrare, a prima vista, addirittura offensivi. Secondo la professoressa, però, testimoniano piuttosto lo stretto legame che caratterizza le piccole comunità.

“Possono essere un po’ burleschi, forse anche crudi, perché a volte è come se mettessero in evidenza anche dei difetti della persona. Proprio perché sono assegnati dalla comunità dei parlanti, però, non sono offensivi come possono sembrare a noi che li vediamo con un occhio esterno", spiega Dovetto.

"Sono, come dire, affettuosamente assegnati da chi è molto vicino a queste persone, una sorta quasi di linguaggio in codice.”

In un mondo in continua trasformazione, questa forma di identità comunitaria rischia però di andare progressivamente perduta.

Sebbene la sua ricerca si concentri in particolare sulle regioni del Centro-Sud, Dovetto spiega che la tradizione dei soprannomi non è legata a una specifica area geografica.

La stessa pratica, infatti, può essere osservata anche al di fuori dell’Italia.

“Ad esempio, ho presentato la mia ricerca a Düsseldorf. Lì abbiamo potuto discutere con altri colleghi di come questa pratica esista anche in Germania e come anche lì esistano soprannomi che vengono riportati, in alcuni casi, persino sulle patenti”, racconta Dovetto.

“Abbiamo degli esempi anche in Italia, per esempio a Chioggia, dove questi soprannomi sono diventati un identificativo così forte del parlante da essere considerati elementi importanti e inseriti sui documenti di identità, sulla patente e così via.”

Se volete approfondire questo viaggio nella memoria, nella lingua e nelle nostre radici, l’appuntamento è mercoledì 19 alle 18:30 alla University of Sydney.

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