IN SINTESI
- Il 6 febbraio scorso sono stati registrati due terremoti con epicentro nella regione meridionale della Turchia, il primo di magnitudo 7.8 e il secondo solo leggermente più debole, 7.5.
- A causa della vicinanza all’epicentro anche la Siria, Paese già segnato da una guerra civile che si protrae ormai dal 2011, ha subito danni ingenti.
- L’epicentro della prima scossa, la più violenta, è stato identificato a pochi chilometri dalla città di Gaziantep, sesto centro più popoloso della nazione con i suoi quasi due milioni di abitanti.
Un momento difficile da ripercorrere e che "non posso dimenticare": così Federica Patton, Programme Officer per UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), ricorda quella notte tra il 5 e il 6 febbraio quando il frastuono causato dalla scossa la svegliò.
"Erano i mobili che si muovevano, le mensole che cadevano" racconta.
"Da lì è cambiata la mia vita, ma è cambiata la vita di milioni di persone che vivono in Turchia e nel nord ovest della Siria".
"Subito abbiamo capito che si trattava di una tragedia e di un fenomeno di proporzioni enormi" racconta Federica, aggiungendo che qualche ora, e qualche giorno dopo, la situazione è apparsa ancor più preoccupante.
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Sono seguite settimane intense di lavoro, durante le quali Federica ha comunicato con la sua famiglia in Trentino in modo limitato, seppur costante.
I progetti gestiti da Federica Patton per la UNFPA si occupano in particolare delle donne e delle ragazze nel nord ovest della Siria.
In quella regione, profondamente segnata dalla guerra civile iniziata nel 2011, le persone "vivevano già in tende", e in seguito al terremoto "si sono trovate nuovamente senza una casa, in strada, a ricostruire una vita da capo".

"Il nostro lavoro nelle ultime settimane è cambiato", spiega Federica Patton ai microfoni di SBS Italian, "i nostri programmi e le nostre risposte si sono adattate all'entità della catastrofe".
"Nonostante oggi i nostri ospedali funzionino, molte donne hanno ancora paura di partorire all'interno di una struttura. Sono ancora traumatizzate, hanno paura che un'altra scossa possa colpire e quindi decidono di farlo all'esterno, in tende".

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