A oltre quattro anni dall'inizio della guerra in Ucraina, gli operatori di Fondazione Terra Aperta raccontano come l'emergenza umanitaria si sia trasformata in una crisi strutturale. Attraverso il progetto Zlahoda, l'organizzazione sostiene le comunità più vulnerabili nelle aree colpite dal conflitto.
A oltre quattro anni dall'inizio dell'invasione russa, la guerra in Ucraina continua a trasformare i bisogni delle comunità colpite.
Da Dnipro, nell'Ucraina sudorientale, Chiara Pappagallo, project manager, e Guido Chiti, incaricato del monitoraggio e della valutazione dei progetti per Fondazione Terra Aperta, descrivono come quella che inizialmente era una crisi umanitaria temporanea sia diventata, a loro avviso, un'emergenza strutturale.
"All'inizio si trattava di un'emergenza che richiedeva interventi rapidi. Dopo quattro anni e mezzo diventa una crisi strutturale", spiega Chiti. Secondo l'operatore, oltre agli attacchi quotidiani pesano l'usura delle infrastrutture e la crescente difficoltà delle comunità nel sostenere un conflitto prolungato.
"La resilienza è sempre più importante. Quando un territorio viene attaccato ripetutamente per tanti anni, tutto il contesto ne risente", aggiunge Chiti.
In questo scenario opera Fondazione Terra Aperta, presente in Ucraina con tre progetti finanziati dalla Cooperazione italiana attraverso l'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS).
Il principale è Zlahoda, termine ucraino che richiama armonia, accordo e coesione sociale. "È esattamente quello che vogliamo promuovere qui", afferma Pappagallo.
Attivo soprattutto nella regione di Zaporizhzhia, tra le più colpite dal conflitto, il progetto sostiene le persone più vulnerabili attraverso interventi che spaziano dall'educazione alla salute, con l'obiettivo dichiarato di rafforzare la capacità delle comunità di affrontare una crisi prolungata.
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