Questa è la storia di Natalino Zanardo, un immigrato a cui l’Australia capovolge letteralmente il destino: da una povertà senza alcuno spiraglio di riscatto, passa ad un successo impensabile e inimmaginabile. Che però non ne cambia la natura di persona umile, generosa e onesta.

Ascoltiamo la prima parte della sua storia
“Abbiamo trascorso 48 giorni di mare sulla nave Ravello in un camerone diviso da un tendone che separava gli uomini dalle donne”
È il mese di aprile del 1951. Natalino ha 13 anni quando la nave attracca al porto di Sydney e rivede il padre partito due anni prima per creare le basi per accogliere dignitosamente la giovane famiglia. L’idea di una famiglia finalmente riunita neutralizza la tristezza del distacco dagli amici e dalle piccole certezze del suo paese di origine. Persino i 48 giorni su una nave di infima categoria diventano più sopportabili, sapendo che sull’altra lontanissima sponda ci saranno gli affetti più cari ad accoglierli. La sua capacità di sopravvivenza e di visione si manifesta già sulla nave dove trova lavoro come aiutante dei camerieri, che si traduce opportunisticamente nella possibilità di scegliere il cibo migliore per sua madre e suo fratello Claudio, di 7 anni più giovane.

“Sulla nave iniziò il mio primo lavoro in cambio di cibo per mia madre che non stava tanto bene”
Giunti a casa la sensazione di essere atterrato in un paradiso terrestre: il papà non riesce a pensare a un migliore benvenuto di una selezione di biscotti scotch fingers della Arnotts! Natalino ne mangerà tantissimi. Ma starà così male che non desidererà assaggerne mai più per diversi anni. Il padre di Nat lavora nelle costruzioni, specializzato nell’uso del cemento. Il settore in cui gli italiani erano esperti. Natalino comincia la quarta classe, alla Saint Peter’s school. Non stupisce che, non parlando inglese, diventi facile bersaglio di episodi di bullismo e di esclusione. I suoi unici amici: un cinese, un maltese e un australiano. I primi 7 mesi li ricorderà come i più difficili della sua vita in Australia.

“Il periodo della scuola è stato forse il periodo più difficile della mia vita”
Lascia la scuola a 15 anni e mezzo. Sulla passione per lo studio prevale la sua passione per l’ingegneria meccanica. Trova lavoro a Mascot in una fabbrica di fitting and turning, lavoro che alterna alla frequenza di corsi serali di meccanica per i successivi cinque anni. Impara le riparazioni più difficili e complicate. Ritornando ai suoi anni prima della partenza, Nat parla della scuola del suo paese di origine, Conegliano, che dista circa 20 Km da casa e che lui fa in bicicletta, perché i soldi per la corriera proprio non ci sono. Il freddo è penetrante, nemmeno i guanti di lana fatti da sua madre impediscono alle ossa di raggelare, soprattutto quando nevica. Quegli anni insegnano a Nat che tutto si può fare, se si ha la buona volontà. Durante l’assenza del padre, la vita è davvero triste.

“In un piccolo garage di proprietà di due greci, ho imparato molto ed ho capito che che si possono fare anche le cose più difficili e che credevo di riuscire a fare”
Natalino è nato a Trieste durante la guerra. La mamma lava e stira panni per famiglie un po' più abbienti. Dopo il lavoro va alle “scovaze o scoaze”, vale a dire alla discarica di rifiuti, nella speranza di racimolare qualcosa di utile per la sua famiglia. I suoi ricordi di Trieste sono pochi e vaghi: le corde appese alle porte per fermare le mosche e la casa in cui vivono a Gaiarine, nel Veneto. Una casa per modo di dire: sì un tetto ce l’ha, ma è davvero l’unica cosa che la faccia assomigliare ad una casa.

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