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A 50 anni dalla morte di Mao, il suo lascito nella Cina di oggi

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Persone riunite per rendere omaggio al defunto leader comunista Mao Zedong, a Shaoshan, nella provincia centrale cinese dello Hunan, l’8 settembre 2026, alla vigilia del 50esimo anniversario della sua morte. Source: AFP / HECTOR RETAMAL/AFP

Un’analisi del significato e del lascito politico e sociale di Mao Zedong nella Repubblica Popolare Cinese di oggi, a 50 anni dalla sua morte.


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By Jacopo Iannelli, Carlo Oreglia

Presented by Jacopo Iannelli

Source: SBS


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Un’analisi del significato e del lascito politico e sociale di Mao Zedong nella Repubblica Popolare Cinese di oggi, a 50 anni dalla sua morte.


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Il 9 settembre 1976 morì Mao Zedong, lo storico leader che nel 1949 portò alla vittoria comunista contro il Kuomintang e alla nascita della Repubblica Popolare Cinese.

Durante i quasi tre decenni alla guida della Cina, Mao trasformò profondamente le strutture politiche e sociali del Paese, al prezzo di milioni di morti, carestie e persecuzioni.

Il Grande Timoniere resta però una figura centrale nella Cina odierna.

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"Il rapporto della Cina con Mao è insieme irrinunciabile e irrisolto", spiega il giornalista e direttore editoriale di China Files Lorenzo Lamperti.

"Irrinunciabile perché Mao è il fondatore della Repubblica Popolare e del sistema politico che ancora governa il Paese. Irrisolto perché la sua biografia contiene anche dei disastri, come il Grande Balzo in Avanti, la carestia e la Rivoluzione culturale", prosegue.

Per il Partito Comunista rimuovere Mao significherebbe aprire una domanda pericolosa: 'Se il fondatore può essere delegittimato, che cosa resta della legittimità stessa del partito che è nato con lui?'
Lorenzo Lamperti, giornalista e direttore editoriale di China Files

A livello di politiche del governo cinese, "c'è un recupero selettivo di Mao, non un ritorno integrale al maoismo tout court", spiega Lamperti.

"Xi Jinping riprende ciò che serve a rafforzare il potere del partito, a partire dalla centralità dell'ideologia, la disciplina dei quadri, le campagne politiche, l'autosufficienza nei settori strategici e soprattutto l'idea che il partito dirige tutto", prosegue.

"Lascia però da parte il cuore più distruttivo dell'esperienza maoista, la mobilitazione permanente della società contro le istituzioni, e questa è proprio la differenza decisiva", aggiunge.

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