Nella giornata di domenica, 15mila di sostenitori dell'ex presidente Jair Bolsonaro hanno preso d'assalto i palazzi delle istituzioni nella capitale Brasilia con un'azione che ha ricordato da vicino quella che due anni fa vide i simpatizzanti di Donald Trump devastare il Campidoglio.
Il neo presidente, Ignacio Lula da Silva, ha definito l'azione "un attacco vandalico e fascista contro le istituzioni democratiche" e ha assicurato che i manifestanti - che ha definito "terroristi" - saranno "puniti in modo esemplare".

L'attacco è durato alcune ore, ha portato i manifestanti ad un passo dalla sala presidenziale e si è concluso con l'intervento delle forze federali.
La polizia ha prima chiuso il centro della capitale, poi ha sparato proiettili di gomma dagli elicotteri e ha infine arrestato circa 1500 manifestanti.
Sapevamo che sarebbe successo qualcosa del genereVezio Nardini
Con l'elezione di Bolsonaro nel 2019 erano cominciati i guai per il suo predecessore, Lula da Silva, che era stato condannato al carcere per corruzione.
Lula è stato poi scagionato, è tornato in corsa per la poltrona presidenziale e nell'ottobre scorso ha vinto con meno del 51% dei voti contro il 49% di Bolsonaro, a dimostrazione del fatto che l'opinone pubblica e il sentimento del Paese sono spaccati a metà.

Come nel caso dell'assalto al Campidoglio statunitense, il primo interrogativo è legato alla regia dell'assalto e al ruolo delle forze di pubblica sicurezza. Com'è stato possibile che l'organizzazione di una manifestazione del genere - che ha visto il coinvolgimento di centinaia di pulman provenienti da tutto il Brasile e raggiungere il cuore della capitale - non sia stata prevista e prevenuta?
Anche a causa del precedente di due anni a Washington, l'opinione pubblica mondiale ha puntato il dito contro Jair Bolsonaro, il cui nipote era tra i manifestanti ed è stato identificato.
Eppure l'ex presidente ha condannato la manifestazione e le sue degenerazioni con una fermezza sconosciuta a Donald Trump nel caso dell'assalto a Capitol Hill. Di questa vicenda abbiamo parlato con con Vezio Nardini, ex membro del Comites di San Paolo ed ex editore del giornale L'Oriundo.
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