Statue e monumenti legati alla storia coloniale o al passato di discriminazione razziale sono stati presi di mira, vandalizzati e in alcuni casi distrutti in tutto il mondo sulla scia delle proteste del movimento Black Lives Matter. Cosa ne pensano gli ascoltatori e le ascoltatrici di SBS Italian?
Le proteste del movimento Black Lives Matter nato dopo la morte di George Floyd hanno assunto una nuova forma: statue e monumenti legati alla storia coloniale o, più in generale ad eventi della storia legati alla discriminazione razziale e di genere, sono stati presi di mira, vandalizzati e in alcuni casi distrutti in tutto il mondo.
In America sono state decapitate, tra le altre, alcune statue di Cristoforo Colombo a Boston, a Miami e in Virginia. L’esploratore italiano è stato preso di mira in quanto iniziatore, secondo l’opinione dei manifestanti, della storia di sfruttamento del paese ai danni delle popolazioni indigene americane. Ma anche diverse statue di personaggi storici statunitensi che avevano appoggiato la schiavitù prima della guerra di secessione sono state bersaglio degli attivisti del movimento.
Il governatore della Virginia ha dichiarato che la statua equestre del generale Lee che durante la Guerra civile americana comandava l’esercito sudista e proprietario di schiavi (decine dei quali poi liberò lui stesso anni dopo), sarà rimossa della capitale Richmond. La rimozione della statua di Lee era stata richiesta più volte negli anni dai progressisti e dalla comunità afroamericana; se ne era parlato anche nel 2017, in occasione della manifestazione di Charlottesville, in cui un uomo in automobile aveva investito un gruppo di manifestanti che si opponevano a un raduno di estremisti di destra.
In Australia probabilmente il caso che ha fatto più discutere riguarda la statua di James Cook a Hyde Park, a Sydney. Nel corso delle proteste della scorsa settimana, un gruppo di poliziotti ha circondato il monumento per proteggerlo e due donne sono state arrestate con l’accusa di tentata dissacrazione.
In molti avevano richiesto che la statua fosse rimossa proprio sulla scia delle proteste americane perché sul piedistallo della statua compare un’iscrizione che descrive il capitano inglese come colui che ha “Scoperto questo territorio nel 1770"; una affermazione che secondo i manifestanti continua a negare la presenza millenaria nel paese degli aborigeni e fa cominciare la storia dell'Australia con la colonizzazione britannica.
Intanto in Italia, una statua dedicata a Indro Montanelli — il celebre giornalista del Corriere della Sera e fondatore del Giornale — che si trova a Milano nei giardini di Porta Venezia è stata cosparsa di vernice rossa.
Montanelli, considerato da molti uno dei più importanti giornalisti italiani del Novecento, quando era soldato in Etiopia negli anni Trenta, comprò una ragazzina eritrea di 12 anni come moglie, per "stabilire con lei un rapporto sessuale" (secondo le parole che usò Montanelli nel 2000).In Belgio, diversi attivisti e manifestanti hanno preso di mira le statue di re Leopoldo II in numerose città: Bruxelles, Gent, Ostenda e per ultima Anversa, chiedendone la rimozione. Leopoldo governò il Paese per circa 40 anni dal 1865 al 1909, periodo durante il quale fece numerosi investimenti pubblici di materie prime l’attuale Repubblica Democratica del Congo, colonizzata nel 1885 con l’istituzione del cosiddetto Stato “Libero” del Congo.
Le statue che rappresentano dei personaggi legati alla storia coloniale o a un passato di discriminazione razziale dovrebbero essere rimosse dagli spazi pubblici oppure si tratta di atti vandalici fini a se stessi e che negano di fatto la storia?
Queste alcune delle domande che abbiamo posto agli ascoltatori e alle ascoltatrici di SBS Italian. Sono intervenuti nel dibattito: Francesco Ricatti, Cassamarca senior lecturer e coordinatore del programma di studi italiani alla Monash University di Melbourne e autore del libro 'Italians In Australia: History, Memory and Identity', e Tommaso Durante che insegna alla University of Melbourne e si occupa della storia della cultura e cultura visiva il cui ultimo libro si intitola ‘Global Visual Politics’.
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