A pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, due eventi hanno riportato l'Iran al centro della scena internazionale: da una parte la liberazione mercoledì 25 novembre della ricercatrice anglo-australiana Kylie Moore-Gilbert, dall'altra l'uccisione dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh venerdì 27 novembre.
Moore-Gilbert era stata condannata a dieci anni di reclusione con l'accusa di spionaggio. Con numerosi scioperi della fame alle spalle e avendo sempre dichiarato la sua innocenza, la docente universitaria è stata liberata dopo oltre 2 anni e 10 mesi di prigionia.
Non ho altro che rispetto, amore e ammirazione per la grande nazione iraniana e per la sua gente buona, generosa e coraggiosa. Lascio il vostro Paese con sentimenti contrastanti, nonostante le ingiustizie che ho subito. Sono arrivata in Iran da amica e con intenzioni amichevoli e parto dall'Iran con quei sentimenti intatti, anzi rafforzati.
Intanto l'uccisione dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh in un agguato alle porte della capitale Teheran ha messo in dubbio il futuro delle relazioni internazionali dell'Iran con l'Occidente e con gli Stati Uniti in particolare.
Il presidente in pectore Joe Biden aveva espresso l'intenzione di ripristinare l'accordo nucleare con Teheran che Donald Trump aveva annullato, ma la morte di Fakhrizadeh potrebbe rendere questo processo ancora più difficile.
Entrambi gli eventi contengono circostanze misteriose. Il governo australiano non ha confermato le dinamiche della liberazione di Kylie Moore-Gilbert, in particolare se quanto sostenuto da autorità tailandesi sullo scambio che sarebbe avvenuto con tre detenuti iraniani corrisponda al vero.
E nessuno ha ancora ufficialmente rivendicato la responsabilità per l'uccisione di Fakhrizadeh, con le autorità iraniane che hanno espresso forti sospetti verso Israele.
Ne abbiamo parlato con Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto per il Medio Oriente.
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