Sono passati quasi cinque anni dall'avvio dei negoziati per un accordo di libero scambio tra Australia e Unione Europea.
L'UE è il secondo partner commerciale dell'Australia: gli scambi tra i due continenti sono aumentati in modo costante negli ultimi anni per raggiungere un valore di circa 48 miliardi di euro l'anno.
Il nuovo accordo faciliterebbe scambi per un valore di ulteriori 27 miliardi di euro. Potenzialmente si tratta del più importante accordo commerciale mai siglato dall'Australia.
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Eppure, nonostante l'accordo rappresenti un'importante iniezione alla ripresa economica post-covid per entrambe le parti e nonostante siano stati organizzati 14 incontri tra i rappresentanti dei due continenti dal 2018, c'è uno scoglio che più di altri sta minacciando il raggiungimento di un accordo, ovvero il riconoscimento delle indicazioni geografiche.
L'Europa ha presentato una lista di prodotti alimentari e vitivinicoli che hanno uno status protetto, e chiede all'Australia di riconoscere le indicazioni geografiche di prodotti quali la feta greca, il queso castellano spagnolo o il prosciutto d'Alvernia francese.
La “guerra del Prosecco”
Il Prosecco rappresenta un caso emblematico tra le indicazioni geografiche che l'Europa ha chiesto all'Australia di rispettare. La questione è talmente accesa da aver guadagnato il titolo di “guerra del Prosecco”.
La dottoressa Paula Zito, avvocata e professoressa di legge alla University of South Australia, ha completato la sua tesi con uno studio comparato sulle indicazioni geografiche tra Italia e Australia e ha spiegato ai microfoni di SBS Italian quali conseguenze avrebbe per l'Australia accettare la richiesta di osservare le indicazioni geografiche europee.
“Se l’Australia dovesse decidesse di rispettare le indicazioni geografiche europee, significherebbe che i viticoltori australiani non potrebbero più usare il nome prosecco per i loro vini. Secondo l’Australia si tratta di una richiesta ingiusta perché il nome del prodotto per indica la tipologia di vino e non la provenienza geografica del prodotto”.
Secondo gli ultimi dati pubblicati da Coldiretti, il valore delle esportazioni di Prosecco italiano DOC e DOCG è di 28.5 milioni di euro nel 2022 con un incremento superiore del 7% ai dati dell'anno precedente. Circa 9 milioni di bottiglie di Prosecco italiano vengono consumate in Australia nel corso di un anno, sulle 700 milioni di bottiglie che il Paese produce ogni anno.
Coldiretti ha stimato il danno in mancate vendite del Prosecco italiano in Australia a 150 milioni di euro in termini di fatturato perso per le imprese italiane, e in circa 300 milioni di euro in termini di valore di vendita sul mercato australiano.
“È chiaro che i produttori australiani della King Valley e del Victoria stanno beneficiando del successo del Prosecco italiano".
"Peraltro il fenomeno dell'Italian sounding non riguarda solo lo spumante ma tutto l’agroalimentare italiano. Tutte le eccellenze italiane sono imitate in tutto il mondo”, spiega Domenico Bosco, Responsabile Ufficio Vitivinicolo e Filiera della Birra di Coldiretti.
I prodotti Italian sounding valgono 120 miliardi di euro di valore complessivo che viene sottratto al valore dei prodotti italiani.
“Il problema non è solo l’usurpazione del valore e dell’immagine di questi prodotti, ma questi prodotti non originali finiscono per sviare e confondere il consumatore sulle vere caratteristiche dei prodotti originali e di qualità”.
Il “casus belli”
Fino al 2009, con il termine Prosecco si indicava il tipo di vino e non l'area geografica. Solo con la creazione in Italia della Denominazione di Origine Controllata per indicare il vino prodotto tra Veneto e Friuli si stabilì di usare il termine glera per indicare il vitigno, e quindi distinguere i prodotti che erano prodotti fuori dalla zona protetta.
“L’impatto che questa decisione ha avuto è che da quel momento le importazioni verso l’Europa di prodotti chiamati Prosecco sono state interrotte, perché solo il Prosecco prodotto nell’area protetta può essere etichettato come Prosecco”.
Se l’Australia decidesse di accordare la richiesta europea di rispettare lo statuto protetto e quindi rinunciare al nome Prosecco, i produttori australiani andrebbero incontro alla necessità di un 'rebranding' totale dei vini frizzanti prodotti con uve glera, che potrebbe costare alle loro tasche decine di migliaia di dollari.
Otto Dal Zotto, ovvero colui che ha creato la cultura del Prosecco in Australia, non riesce ad immaginare un futuro in cui il suo vino si dovesse chiamare in modo diverso.
“Il mio stomaco si ribella al solo pensiero! Per me casa è l’Italia, la Valdobbiadene il posto dove sono nato. Mi fa veramente male che dopo tanti anni cambino un nome solo per soldi e burocrazia”, dice ai microfoni di SBS Italian.
“Noi dopo aver sviluppato il prodotto e iniziato l’Australia alla cultura del Prosecco, abbiamo investito tanti soldi tutti di tasca nostra, e se l’Australia decidesse di accettare le condizioni dell’Europa dovremmo rimetterci le mani in tasca e ricominciare tutto daccapo. Perché non hanno iniziato questa cose 30/40 anni fa? Perché non c’era mercato in Australia e ora vengono a dirci: il mercato è nostro!”.
Il Prosecco come “prodotto migrante”
A rappresentare le istanze di Dal Zotto e tanti altri produttori australiani di background europeo, l'Australia ha fatto presente che la produzione di cibi e vini del vecchio continente rappresenta Down Under un principio di continuità culturale e non di appropriazione.
Otto Dal Zotto è originario proprio di Valdobbiadene in Veneto, la patria del Prosecco. Le sue prime memorie sono intrecciate con quelle delle vigne venete.
Dal Zotto ha iniziato a impiantare le prime viti nella King Valley nel 1999.
Ci sono voluti molti anni e un investimento consistente per arrivare alla prima vendemmia, ma il lancio dell'idea è stato un successo tale che le prime 360 bottiglie di Prosecco prodotte sono state centellinate tra i clienti interessati e da allora il successo delle vendite non si è arrestato.
Se l'Australia accettasse le richieste europee, l'azienda Dal Zotto dovrebbe investire di nuovo molto, non solo per produrre nuove etichette.
“Solo per le nuove etichette si tratterebbe di investire 200/250 mila dollari. Bisogna poi pensare alle vendite, alle promozioni. Devi abituare i clienti ad un nome diverso. In Italia non si rendono conto di quello che l’industria vitivinicola rappresenta, dalle macchine alle cisterne noi importiamo tutto dall’Italia, Francia e Germania”, spiega Dal Zotto.

Otto dal Zotto. Credit: Dal Zotto Wines
“Le argomentazioni addotte dai produttori le comprendiamo fino ad un certo punto. Io mi sento di dire loro che debbano lottare per valorizzare i loro territori e i loro prodotti, che sono unici. Sono i luoghi di produzione che conferiscono queste caratteristiche peculiari ai vini australiani, perche chiamare Prosecco quando si tratta di un prodotto italiano quando sto producendo una eccellenza della King Valley?”, sostiene invece la Coldiretti.
“Voler usare il termine Prosecco è una scorciatoia di breve periodo che sul lungo periodo non darebbe il giusto valore a questi prodotti”.
Per la dottoressa Paula Zito, l'accordo potrebbe rappresentare un'occasione per valorizzare i prodotti australiani inceve di promuovere il brand italiano.
“Il vino prodotto in Australia ha un sapore diverso, unico. Io vedo questa situazione come un’opportunità per promuovere il link tra questi vini e i territori di produzione in Australia e per promuovere le indicazioni geografiche australiane”.
Secondo le fonti ufficiali l'accordo dovrebbe essere siglato entro l'anno e si attendono nuovi incontri in aprile



