Parlare in siciliano in Sicilia non è soltanto un atto comunicativo, ma una pratica carica di tensioni sociali, imbarazzo e stratificazioni storiche che persistono ancora oggi. A far luce su questo fenomeno è un'indagine antropologica condotta da Paola Tinè, antropologa basata in Nuova Zelanda.
Scopri altri nostri podcast cliccando qui.
Si è conclusa sabato 25 la conferenza biennale dell'ACIS (Australasian Centre for Italian Studies), che ha riunito italianisti e italianiste a Melbourne per una tre giorni sugli Italian Studies. Tante le persone ospiti, dall'Australia e da altri Paesi, e tanti gli argomenti affrontati nelle sessioni.
Tra questi anche il dialetto siciliano, sul quale si focalizza la ricerca dell'antropologa Paola Tiné, docente della Victoria University of Wellington, in Nuova Zelanda.
"Parlare il siciliano in Sicilia al giorno d'oggi è sia un motivo di orgoglio sia un motivo di imbarazzo", spiega Tinè al microfono di SBS Italian.
"Uno dei motivi storici è che all'origine, quando l'Italia è stata unificata, la Sicilia è stata annessa in maniera anche un po' forzata all'Italia, e c'è stato anche uno sfruttamento della Sicilia da parte del nuovo Regno Unito, dell'Italia", aggiunge l'antropologa.
La sua ricerca esplora le radici profonde di questo disagio linguistico. Con l'annessione forzata dell'isola, l'uso del siciliano fu associato in modo dispregiativo all'arretratezza, al lavoro contadino e alla povertà. Un marchio che, a differenza di quanto avvenuto in altre regioni d'Italia, in Sicilia non è mai del tutto svanito.
Clicca sul tasto "play" in alto per ascoltare l'intervista integrale
Nello studio di Tinè emerge anche una forte stratificazione delle classi sociali, in cui chi parla abitualmente siciliano viene spesso guardato con sufficienza da chi si considera culturalmente superiore o più educato.
Ma c’è di più: "purtroppo molti di noi - parlo per me, ma anche per molte persone con cui ho parlato - abbiamo internalizzato quest'idea di fare parte di una cultura non necessariamente mafiosa, ma di una cultura connivente con la malavita", spiega Tinè.
Un pregiudizio infondato, che genera però un vero e proprio senso di colpa, spingendo le persone a soffocare o dimenticare la propria identità linguistica.
Basandosi su osservazioni e interviste di strada, la studiosa ha notato come i parlanti stessi mettano in atto una sorta di codice di comportamento: due amici che conversano spontaneamente in siciliano tenderanno istintivamente a passare all'italiano nel momento in cui devono rivolgersi a una figura istituzionale, come un poliziotto, o a uno sconosciuto, percependo l'italiano come l'unica lingua adatta alla sfera pubblica e formale.
Tuttavia, anche se l'UNESCO classifica il siciliano tra le lingue in via di estinzione, Tinè non è d'accordo: "il mio studio conferma il fatto che c'è un'attitudine negativa nei confronti della lingua, ma che allo stesso tempo la lingua è parlata".
Ascolta SBS Italian tutti i giorni, dalle 8am alle 10am.
Seguici su Facebook e Instagram o abbonati ai nostri podcast cliccando qui.





