Negli Stati Uniti è in corso un processo senza precedenti che riporta al centro dell’attenzione il rapporto tra bambini e social media. Ventinove Stati americani hanno infatti avviato un’azione legale contro Meta, accusando il colosso tecnologico di aver progettato alcune funzionalità di Facebook e Instagram per mantenere i giovani utenti il più a lungo possibile sulle piattaforme, nonostante i potenziali rischi per il loro benessere.
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Meta respinge con fermezza le accuse secondo cui le sue piattaforme sarebbero state progettate per creare dipendenza o danneggiare i minori, e sostiene di aver lavorato per anni allo sviluppo di strumenti e misure di protezione per gli utenti più giovani. Ma al di là della battaglia legale ci sono le storie di famiglie che sostengono che i loro figli abbiano pagato il prezzo più alto.
Riley aveva 15 anni. Annalee 18. Emmy e Coco, entrambe 17. Elijah e Owl, entrambi 16. Vivevano vite diverse, in diverse parti degli Stati Uniti, ma avevano almeno una cosa in comune: avevano tutti un account sui social media. Delle loro brevi vite oggi restano solo ricordi e fotografie, insieme agli archivi digitali dei profili social che utilizzavano.
Ora i loro genitori sono tra le famiglie che chiedono alle aziende dei social media di assumersi le proprie responsabilità. Meta è al centro di un processo senza precedenti, accusata di aver progettato deliberatamente Facebook e Instagram per creare dipendenza tra i minori, nonostante i rischi per il loro benessere.
Lori Schott ha perso sua figlia Annalee, che aveva 18 anni, ed è una delle tante madri in lutto che si sono riunite davanti al tribunale federale di Oakland, in California, per chiedere conto a una delle più grandi aziende tecnologiche al mondo. Gli Stati di California, Colorado, Kentucky e New Jersey sono alla guida di questo primo processo.
La causa sostiene inoltre che Meta abbia raccolto dati personali di bambini di età inferiore ai 13 anni senza il consenso dei genitori. Riley Basford, figlio di Mary Rodee, aveva 15 anni quando si è tolto la vita, dopo un incontro online con una persona che credeva fosse una giovane donna.
Owl non è morta per caso. È morta di proposito. Gli ingegneri di Meta hanno creato un algoritmo che sapeva esattamente cosa mostrare a una ragazza di 16 anni in difficoltà per indurla a continuare a scorrere e quali effetti quei contenuti avrebbero potuto avere su di lei. Lo sapevano, eppure l’hanno fatto lo stessoVictoria Hinks
L'avvocato di Meta, Paul Schmidt, ha riconosciuto che alcuni utenti hanno subito danni legati all'uso dei social network, ma ha sostenuto che l'azienda ha "cercato di sviluppare strumenti per aiutarli". Ha inoltre affermato che la ricerca non evidenzia un legame chiaro tra l'uso dei social media da parte degli adolescenti e una riduzione del loro benessere.
L'azienda afferma di essere orgogliosa del proprio impegno nella protezione degli adolescenti e delle misure di sicurezza sviluppate per gli utenti più giovani, ma gli Stati alla guida del processo accusano Meta di essere stata a conoscenza dei potenziali rischi per i minori molto più di quanto sia stato reso pubblico e sostengono che mantenere i giovani utenti sulle piattaforme generasse profitti.
Quello che accadrà nell’aula del tribunale di Oakland potrebbe quindi contribuire a definire il modo in cui le piattaforme social si rapportano ai minori anche nel resto del mondo. Ai genitori delle vittime, intanto, restano fotografie, ricordi e le tracce digitali delle vite dei loro figli.
Ricordiamo agli ascoltatori e ascoltatrici che hanno bisogno di supporto psicologico, che in Australia esistono diversi servizi gratuiti come Lifeline chiamando al 13 11 14 o via SMS al 0477 13 11 14, il Suicide Call Back Service al 1300 659 467 e Kids Helpline al 1800 55 1800, una linea disponibile per giovani fino a 25 anni.
Ulteriori informazioni e supporto per la salute mentale sono disponibili sul sito di Beyond Blue www.beyondblue.org.au e al numero 1300 22 4636.
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