Il social media ban, che limita l’accesso alle piattaforme per i minori di 16 anni con l’obiettivo di ridurre l’esposizione a contenuti dannosi e migliorare il benessere dei più giovani è in vigore in Australia da dicembre.
Intanto altri Paesi, tra cui Francia, Slovenia e Portogallo, stanno valutando misure simili, guardando proprio al modello australiano.
Ma quanto è efficace questo approccio? Il primo rapporto pubblicato il 31 marzo dalla eSafety Commissioner Julie Inman Grant descrive una situazione ancora aperta. Molti under 16 riescono ad aggirare facilmente le restrizioni, mentre l’applicazione delle regole da parte delle piattaforme resta lenta e disomogenea.
“Stiamo valutando cosa hanno fatto e dove stanno mostrando delle carenze", ha spiegato Julie Inman Grant. "Voglio rassicurarvi: se una piattaforma non ha adottato le misure ragionevoli necessarie per conformarsi, interverremo. È il nostro ruolo e siamo impegnati a farlo., ha dichiarato.
Le parole della eSafety Commissioner segnano il passaggio a una fase più stringente di enforcement, con la possibilità di multe e sanzioni per le piattaforme che non rispettano le regole.
Per capire meglio cosa sta funzionando e cosa no, ne abbiamo parlato con la professoressa Giovanna Mascheroni, sociologa esperta in sociologia dei media, comunicazione e infanzia digitale e Partner Investigator nel Centre of Excellence for the Digital Child dell’Australian Research Council.
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Nella sua analisi ha espresso preoccupazione. "Un dato aneddotico che mi preoccupa,” spiega Mascheroni, “è che al divieto di utilizzo dei social media sta corrispondendo un aumento degli adolescenti che usano ChatGPT come un amico. Quindi li togliamo dai social media per metterli su ChatGPT? Forse stiamo sottostimando i rischi dei chatbot.”
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