Il 22 febbraio 2026, Nemesio Rubén Oseguera Cervantes, meglio noto come “El Mencho”, fondatore e leader del potentissimo Cartello di Jalisco Nueva Generación, è stato ucciso durante un blitz delle forze di sicurezza messicane.
L’operazione delle autorità messicane, avvenuta con il supporto dell’intelligence statunitense, si è svolta a Tapalpa, nello Stato di Jalisco, e inizialmente prevedeva la cattura di El Mencho vivo. Lo scontro armato si è però rivelato letale per quest’ultimo.
La reazione degli uomini del cartello, in seguito all’uccisione del boss messicano, è stata molto violenta: oltre 70 morti e gravi disordini in diversi Stati del Paese. Una risposta temuta dal governo messicano, come spiegato dal giornalista Estefano Tamburrini.
"Le autorità messicane hanno temporeggiato prima di diffondere la notizia, perché stavano valutando gli effetti sull’opinione pubblica e dovevano già far fronte alle reazioni che, nel giro di pochissimi minuti, si sono scatenate da parte dei membri del cartello, i quali hanno bloccato centinaia di punti strategici: autostrade, centri commerciali, aeroporti locali".
La situazione sembra ora essersi parzialmente calmata, ma in Messico l’atmosfera è ancora tutt’altro che tranquilla, ha raccontato Tamburrini. "Il Paese non è tranquillo, anche perché, prima di questo episodio, era stata pubblicata l’ultima cifra dei desaparecidos e, nell’ultimo decennio, il loro numero è aumentato del 213 per cento".
"Ovviamente c’entra la criminalità organizzata: è un fenomeno che tocca la vita di chi vive nella normalità, delle persone comuni", ha aggiunto.
In questo contesto di violenza, la "prova di forza" del cartello è stata condotta con armi e munizioni provenienti prevalentemente dagli Stati Uniti. Un fatto che, ha spiegato Tamburrini, non è così sorprendente se si considera che la quasi totalità dei 15 milioni di armi da fuoco che circolano in Messico arriva proprio dagli USA.
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