Il riconoscimento dell’UNESCO è storico perché, per la prima volta, viene riconosciuta una cucina nazionale nella sua interezza e non solo singoli piatti o tradizioni. Un riconoscimento che non riguarda ricette specifiche, ma qualcosa di più ampio: la cultura del cucinare e del mangiare insieme.
Una notizia che ha generato molta felicità e orgoglio tra gli italiani, ma che allo stesso tempo ha portato alcuni esperti del settore a chiedersi se questo riconoscimento fosse davvero necessario.
È un riconoscimento che mi fa piacere, ma secondo me presenta anche alcuni problemi, perché rischia di trasmettere l’idea della cucina italiana come qualcosa di tradizionale, con tutti attorno al tavolo. Ma non è l’immagine di tutti gli italiani oggiEmiko Davies, una delle autrici più note nel panorama della gastronomia internazionale, che racconta la cultura della cucina italiana a un pubblico globale
“Con questo riconoscimento si fa una fotografia di un’Italia degli anni Sessanta che nel tempo è cambiata. In realtà la cucina italiana è creativa, si basa sulla curiosità e include anche ingredienti stranieri che nel tempo sono diventati parte della cucina italiana”, continua Emiko ai nostri microfoni.
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Lo chef e autore Luca Ciano pensa che “sia un riconoscimento importante per la cucina italiana, anche per dare ancora più valore a questo settore”.
“Mi fa molto piacere che la cucina italiana venga riconosciuta dall’UNESCO: è un grande vantaggio anche per noi nel poter spiegare alla nostra clientela non italiana gli ingredienti base della cucina italiana”, commenta ai microfoni di SBS Italian Paolo Salerno, proprietario de La Dispensa, negozio online di alimentari italiani.
Paolo Gatto, chef e cofondatore di Sydcily, un’azienda che importa e produce in Australia prodotti di pasticceria ispirati alla tradizione siciliana, ai nostri microfoni spiega che “il futuro della cucina italiana all’estero è produrre i prodotti nel luogo in cui ci si trova. Ad esempio noi produciamo in Australia i nostri prodotti, utilizzando ingredienti come mandorle, nocciole e pistacchi”.
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