Dalle trattative tra Stati Uniti e Iran alla guerra a Gaza, passando per le tensioni in Libano e nella Siria meridionale: il punto della situazione con Michele Giorgio, corrispondente del Manifesto da Gerusalemme.
Nelle ultime ore il presidente americano Donald Trump ha annunciato un possibile incontro in Qatar con rappresentanti iraniani. Da Teheran, però, non è arrivata alcuna conferma ufficiale.
Secondo Michele Giorgio, corrispondente del Manifesto da Gerusalemme, il negoziato tra le due parti è già iniziato, ma è ancora troppo presto per capire se potrà produrre risultati concreti.
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Quello che a mio avviso appare molto chiaro è che gli Stati Uniti l'accordo sostanzialmente lo vogliono, anche perché sanno che questa crisi rischia di avere conseguenze mondiali davvero molto gravi.Michele Giorgio, giornalista e corrispondente de Il Manifesto
Negli ultimi giorni una Commissione indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite ha accusato Israele di prendere deliberatamente di mira i bambini palestinesi e di aver continuato a commettere un genocidio anche durante il fragile cessate il fuoco.
Alle accuse dell'ONU si è aggiunto anche un nuovo rapporto dell'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, che denuncia l'uccisione di centinaia di minori palestinesi dal 7 ottobre 2023.
Se da un punto di vista pratico questi rapporti non sembrano poter cambiare molto sul terreno, è anche vero che fanno aumentare l'isolamento dello Stato di Israele.Michele Giorgio, giornalista e corrispondente de Il Manifesto
Sul fronte libanese, invece, la situazione militare appare relativamente più calma rispetto alle settimane precedenti, quando i bombardamenti avevano causato numerose vittime anche tra i civili. Oggi, secondo Michele Giorgio, le principali tensioni si sono spostate sul piano politico, dopo l'accordo quadro raggiunto a Washington tra Israele e Libano.
L'intesa ha riacceso le storiche divisioni interne del Paese: da una parte chi la considera un'opportunità per normalizzare i rapporti con Israele e rafforzare il legame con l'Occidente, dall'altra chi continua a sostenere Hezbollah e il cosiddetto "asse della resistenza". Per Giorgio, il rischio è che questa contrapposizione alimenti una nuova fase di instabilità in un Paese che porta ancora le profonde ferite della guerra civile.
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