La scorsa settimana, una delle fondatrici del collettivo russo femminista Pussy Riot stava esibendosi nella sua performance "Police State" quando a Los Angeles è arrivata la guardia nazionale. Il critico d'arte Andrea Candiani riflette sulla libertà di parola degli artisti in generale nel mondo di adesso.
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Nadya Tolokonnikova, cofondatrice del collettivo artistico femminista Pussy Riot, era seduta in una replica di una cella di prigione russa nel centro di Los Angeles quando la polizia ha iniziato a chiudere le strade intorno al Museo di Arte Contemporanea.
Tolokonnikova si esibiva da solo tre giorni e mezzo in quella che sarebbe dovuta essere una "performance di lunga durata" e che rievocava i suoi due anni come prigioniera politica nella Russia di Vladimir Putin.
"Police State" doveva durare dal 5 al 14 giugno, ma Donald Trump aveva ordinato l'intervento della Guardia Nazionale a Los Angeles, nonostante le obiezioni del governatore della California, e le proteste contro i raid contro gli immigrati stavano avvenendo a un isolato dalla galleria dove Tolokonnikova si stava esibendo.
"POLICE STATE is closed by the police state", ha scritto Tolokonnikova su Instagram dopo che l'installazione è stata chiusa al pubblico. “Immagino che questa settimana sarà la Guardia Nazionale a esibirsi in POLICE STATE al posto mio”.
L'installazione è stata riaperta solo il 18 giugno, per quattro giorni.
Il critico d'arte e direttore di Blackartprojects Andrea Candiani riflette sullo stato della libertà di parola nel mondo, e soprattutto della "libertà di pensiero".
Per ascoltare l'intervento di Candiani clicca sul tasto "play" in alto
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