Il risultato del referendum sulla riforma della giustizia, promosso dal governo guidato da Giorgia Meloni, ha prodotto conseguenze politiche immediate.
Con la vittoria del "No" e un’affluenza vicina al 60%, il voto ha assunto un significato che va oltre il merito tecnico della riforma.
Come osserva il giornalista Carlo Fusi, “il merito del provvedimento è passato in secondo piano, è stato in realtà un voto sul governo”. In questo senso, il referendum si è trasformato in un indicatore diretto del consenso politico. Le conseguenze non si sono fatte attendere. Nel giro di poche ore sono arrivate le dimissioni di diversi esponenti dell’esecutivo, tra cui il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro, la capo di gabinetto Giusy Bartolozzi e la ministra del Turismo Daniela Santanchè.
Il merito del provvedimento è passato in secondo piano, è stato in realtà un voto sul governoCarlo Fusi
Fusi sottolinea che “era davvero inverosimile che non ci fossero effetti politici” , evidenziando come il voto abbia generato “scossoni negativi sulla maggioranza”. La scelta della presidente del Consiglio di intervenire rapidamente è quindi stata letta come un tentativo di contenere l’impatto politico e riorganizzare l’azione di governo.
Nonostante la crisi, il governo non appare a rischio immediato. Tuttavia, esce indebolito e chiamato a gestire una fase complessa, segnata da tensioni interne e priorità economiche urgenti, in particolare sul fronte energetico.
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Come sintetizza Fusi, l’esecutivo “va avanti sicuramente, certo va avanti molto più ammaccato di prima” . Il referendum apre quindi una nuova fase politica, in cui stabilità e consenso restano incerti.
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