La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il tentativo del presidente Donald Trump di limitare il diritto alla cittadinanza per nascita, confermando che il Quattordicesimo Emendamento garantisce la cittadinanza automatica a quasi tutti i bambini nati sul suolo americano.
La decisione rappresenta una delle più importanti sconfitte giudiziarie del secondo mandato di Trump, secondo diversi esperti, ma non chiude lo scontro politico sull'immigrazione e sull'identità americana. Per molte famiglie migranti negli Stati Uniti, la conferma del diritto alla cittadinanza per nascita non è solo una sentenza costituzionale, ma una questione personale.
La sentenza ha dato sollievo a molte famiglie che vivono nell'incertezza sul futuro a causa del proprio status migratorio, come Aura Espinosa, madre di Houston arrivata negli Stati Uniti dal Messico quando era bambina e oggi protetta da un permesso temporaneo contro l'espulsione.
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Secondo Espinosa, la decisione garantisce ai suoi figli qualcosa che lei non ha mai avuto: la sicurezza. "È importante che i miei figli abbiano uno status regolare, perché non voglio che debbano affrontare il percorso dell'immigrazione che ho dovuto affrontare io fin da quando ero piccola, sapendo di essere senza documenti e di trovarmi in un Paese straniero".
Come ha dichiarato la deputata democratica Grace Meng, il presidente Trump "può credere di essere al di sopra della legge, ma non lo è (...) Può cercare di ridefinire cosa significa essere americani, ma non ci riuscirà".
E, secondo la costituzionalista Elora Mukherjee, "colpisce il fatto che una rilettura radicale e marginale del Quattordicesimo Emendamento, che fino a dieci anni fa non era presa sul serio né dai tribunali né dagli studiosi di diritto, sia arrivata fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. È un fatto sconvolgente".
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